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Quando Bob Dylan ficcava le canzoni in gola al pubblico

dylan-1966È la materia di cui sono costruiti i miti rock: un musicista enigmatico al picco di talento e carisma, uno stile nascente e controverso, un’annata vissuta in modo disordinato che si chiude con un incidente motociclistico e un clamoroso, parziale ritiro dalle scene. Il doppio The Real Royal Albert Hall 1966 Concert! racconta un concerto importante di uno degli anni chiave di Bob Dylan, 15 canzoni per metà acustiche e per metà elettriche, come usava all’epoca, che raccontano il momento cruciale di transizione dell’artista e una congiuntura formidabile per il rock. E non è che un assaggio del monumentale box set The 1966 Live Recordings, 36 CD contenenti tutte le performance dal vivo note di quell’anno, materia di studio per dylaniati e ricercatori.

Per molti anni è circolato un bootleg di Dylan alla Royal Albert Hall di Londra. Quando, nel 2008, uscì il quarto volume delle Bootleg Series si scoprì che si trattava invece della registrazione del concerto alla Manchester Free Trade Hall del 17 maggio 1966, quello dello scambio con gli spettatori che gli danno del «Giuda» e urlano «Non verrò mai più a vederti» e lui che risponde «Non ti credo, sei un bugiardo». Ecco perché il titolo di questo doppio annuncia il “real concert” londinese, la prima di due date alla Royal Albert Hall (26 e 27 maggio 1966). La pubblicazione sarebbe davvero un evento importante se lo show di Manchester non fosse già uscito ufficialmente: i due concerti sono separati da soli nove giorni e la scaletta è perfettamente sovrapponibile.

Il primo CD acustico offre alcune esecuzioni meravigliose, a partire da quella Visions of Johanna, che Dylan non voleva si definisse una drug song, e altre meno brillanti come l’iniziale She Belongs to Me. Il piacere deriva soprattutto dal sentire la performance vocali di un cantante fuori dagli schemi ed espressivo in modo autenticamente originale. Lo sentiamo accordare la chitarra prima della nuovissima Just Like a Woman, reggere da solo i 12 minuti di Desolation Row, chiudere con una Mr. Tambourine Man di 9 minuti in cui se ne va a zonzo con l’armonica a bocca. Il tour del ’66 è passato alla storia per il set elettrico suonato con i futuri membri di The Band, eppure una parte consistente del fascino di The Real Royal Albert Hall 1966 Concert! sta in queste sette canzoni acustiche.

Non è difficile immaginare perché la sezione elettrica con Robbie Robertson, Richard Manuel, Garth Hudson, Rick Danko e Mickey Jones scandalizzava gli appassionati che fino a quel momento avevano visto Dylan come l’erede della grande tradizione folk americana. Fa un certo effetto sentirlo parlare apparentemente alterato nell’introduzione di una furente I Don’t Believe You, ascoltarlo sputare le parole delle canzoni, a volte in modo in modo volutamente sgradevole e velenoso, con aria di sfida da punk ante litteram. Fa effetto, pure, verificare la forza rabbiosa della band che spinge gli 8 minuti di Like a Rolling Stone giù per la gola al pubblico dopo che Dylan ha dedicato la canzone al Taj Mahal (davvero). Non è un concerto perfetto, è un concerto veemente e acido, con la musica che sembra spesso sul punto di disintegrarsi. «Sono tutte canzoni di protesta», dice Dylan alla fine di Baby, Let Me Follow You Down, lasciando intendere che la protesta non sarebbe più passata solo attraverso la parola, ma anche attraverso i suoni, il volume, l’elettricità.

Un giornalista del New Musical Express riporta di avere sentito uno spettatore alla Royal Albert Hall dire che «Woody Guthrie si rivolterebbe nella tomba». Ray Coleman, futuro biografo di John Lennon, racconta che i Beatles assistettero al concerto gridando al pubblico che contestava Dylan: «Lasciatelo in pace… zitti!». E addirittura conta in centinaia le persone che lasciarono la sala durante l’ultimo concerto e descrive il folksinger come visibilmente ferito. Qui lo si sente dire «Ce l’hai con me?» a uno spettatore o una spettatrice che ha urlato qualcosa, ma ha l’aria talmente “andata” che si fatica a pensarlo offeso. Eppure, secondo il biografo Robert Shelton, Dylan disse che si sarebbe più esibito in Inghilterra, che il pubblico lassù non conosceva la musica americana, che in fondo erano solo canzoni. Era stufo di incontrare gente che gli chiedeva il significato di questo o di quel teso. La sua risposta: «Non significa niente».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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