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Il disco dei Lambchop che non sembra

lambchopArriva anche per te, «hillbilly savant», il momento di uscire dalla bolla protettiva. Là fuori la gente non va in estasi per versi tipo «il vino sapeva di sole», non ascolta alternative country, non legge Pitchfork e quando dici Thriller pensa a un disco del 1982, non a uno del 1997. Quando arriva quel momento tu, Kurt Wagner, metti da parte certe raffinatezze country-soul e t’ispiri alla musica nera, sporca e distorta che i vicini di casa ascoltano fumando marijuana a bordo d’una vecchia decappottabile. Per impressionare tua moglie, che adora Beyoncé, molli il sound rotondo e avvolgente dei Lambchop e ti metti a fare musica che pare arrivare da un altrove dove la vita pulsa disordinata e intensa. Ascolti i dischi di Kendrick Lamar, Frank Ocean, Kanye West, Flying Lotus e ti ritrovi a 57 anni d’età a smanettare sul software Ableton Live manco fossi un pischello. Vai nel locale di Jack White a vedere il duo hip-hop di Seattle Shabazz Palaces e torni a casa con l’idea di manipolare il colore meraviglioso della tua voce con un aggeggio chiamato TC-Helicon VoiceLive 2. E così, vien fuori questo disco bello e sbilenco che non somiglia a nessun altro dei Lambchop.

Pure quando scrivi qualcosa di familiare, come i dodici minuti di In Care of 8675309, distorci il canto e trasformi quella lieve vibrazione metallica in un mezzo espressivo. Coi Lambchop distribuisci note isolate di pianoforte, falsetti, riverberi, beat elettronici, glitch, tutto un mondo di suoni impalpabili e testi indecifrabili. Elimini i ritornelli, diventi parco con le parole. E quando tutto torna, come all’inizio e alla fine del disco, riesci nel miracolo di suonare emozionante e persino sexy, come può esserlo un uomo bianco di mezza età di Nashville che gioca a fare il soulman. Ti congedi con i diciotto minuti di The Hustle, dove reimmagini i balli che hai visto a un matrimonio quacchero – e lasciatelo dire, dovevi aver bevuto di nascosto perché è un gran pezzo, ma su questa roba non ci si può ballare. Infine, titoli l’album Flotus come “First Lady Of The United States” e lo pubblichi quattro giorni prima dell’election day. La politica c’entra dato che sei sposato con Mary Mancini, presidente del Tennessee Democratic Party, e la mano che spunta in copertina sulla spalla di tua moglie è quella di Obama, ma la sigla sta per “For Love Often Turns Us Still” e nei testi canti per lo più di relazioni. E comunque, alla fine di tutto questo estenuante processo di disruption, scopri che a Mary la tua voce piaceva di più com’era una volta, nei vecchi dischi dei Lambchop.

 

 

Pubblicato originariamente su IL

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