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Quando i Doors erano una garage band

doors-london-fogI Doors prima del Whisky a Go Go e del contratto discografico, prima del boom di Light My Fire e delle polemiche erano questa roba qui: un gruppo rock-blues anomalo, con un tastierista che si prende la scena e intanto suona con la mano sinistra le linee di basso, un quartetto che interpreta classici della musica afro-americana con cattiveria e approssimazione da garage band. Pubblicate per la prima volta ufficialmente, le registrazioni effettuate al London Fog nel 1966 mostrano le fondamenta su cui venne costruito il mito: cover di blues in versione bianca. La bellezza di questo disco è anche il suo limite: mostra un gruppo acerbo, un work in progress. Chi è cresciuto leggendo delle esibizioni leggendarie dei Doors scoprirà un quartetto che suona di fronte a pochissime persone e deve lottare per attirare la loro attenzione.

All’inizio del 1966, pochi mesi dopo l’incontro fra il cantante Jim Morrison e il tastierista Ray Manzarek, i Doors ottennero un ingaggio al London Fog. Era un locale sul Sunset Strip di Los Angeles frequentato, secondo Manzarek, da marinai di passaggio e qualche ubriacone. «Fu un’esperienza deprimente che ci permise, però, di mettere assieme la nostra musica». L’ingaggio prevedeva che suonassero fino a cinque set di canzoni a sera, dalle 21 alle 2, sei giorni su sette, in cambio di 5 dollari a testa, 10 nel weekend. «Dicemmo che l’avremmo riempito», ha ricordato il batterista John Densmore, «e la prima sera lo facemmo, invitando tutti i nostri amici della UCLA. Ci ingaggiarono. La seconda sera non c’era nessuno». Le esibizioni nel locale — un bar da 50, 60 persone, non un club devoto alla musica — erano accompagnate dai balli di una ragazza go-go chiusa in gabbia, tale Rhonda Layne. Densmore ricorda che aveva problemi a danzare su The End. Non stentiamo a crederci.

Le registrazioni di London Fog 1966 risalgono a una sera di maggio, alla fine del periodo di residency del quartetto. Durano mezz’ora e furono effettuate su nastro da un quarto di pollice da una ragazza di nome Nettie Peña che prese in prestito il registratore dal padre, docente della Los Angeles Unified School District. La masterizzazione è stata curata dal fonico di fiducia del gruppo Bruce Botnick. Pur essendo nati da pochi mesi, i Doors avevano già un repertorio ricco di inediti. Qui, però, ascoltiamo solo due canzoni autografe e cinque cover. Il suono non è perfetto, si tratta pur sempre di una registrazione ambientale, ma l’essenza della musica arriva forte e chiara. Nel disinteresse di parte del pubblico che continua a parlottare, i Doors rileggono Rock Me e Hoochie Coochie Man di Muddy Waters. Nella prima, Morrison prova il suo modo di cantare istrionico e piazza un assolo di armonica a bocca non esattamente fenomenale. La seconda è invece cantata da un altro non meglio specificato vocalist, diremmo Manzarek.

Quando la band attacca Baby, Please Don’t Go la gente pare finalmente interessarsi a cosa accadde sul palchetto — parecchio stretto, stando alle foto che ci sono arrivate, e delimitato da una specie di cordicella di sicurezza. Morrison invita i pochi presenti a ballare («Come on and dance, somebody, let’s go!») prima di saturare il suono con la sua migliore imitazione di un bluesman. «Questa era buona», esclama qualcuno ed effettivamente l’esecuzione ha la giusta cattiveria. I Doors del maggio 1966 non sono perfetti, ma hanno già il senso della dinamica (anche se Densmore è più “quadrato” che su disco), conoscono i trucchi giusti per accattivarsi il pubblico, hanno un’evidente fame di musica. Dal proprio repertorio propongono You Make Me Real e Strange Days. La prima sarà pubblicata solo nel 1970: qui la frase delle tastiere è suonata dalla chitarra elettrica e il pezzo ha una sporcizia assente dalla versione di quattro anni dopo. Strange Days, destinata a diventare la title track del secondo album, è rallentata e porta impresso il marchio dei Doors e per questo sembra fuori contesto in un concerto dai toni decisamente rock-blues. Riceve pochi applausi e qualcuno canta in sottofondo «c’mon baby light my fire», forse una richiesta che apparentemente non viene accolta. Si ascoltano anche una versione scomposta di Don’t Fight It di Wilson Pickett e Lucille di Little Richard, la prima una scelta originale — l’idea era distinguersi dalle altre bar band anche nelle cover — mentre la seconda è una sicura crowd-pleaser. Sarebbe stato interessante ascoltare lo stadio di evoluzione di The End quella sera di maggio, per vedere se la garage band di London Fog 1966 era capace anche di sottigliezze, ma a quanto pare la registrazione è andata perduta.

Il CD è contenuto in un box set in edizione limitata (18.000 copie numerate) che apre le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della nascita dei Doors. Nuovo materiale uscirà nel corso del 2017 tra cui due film, di cui uno inedito. Oltre al CD, il cofanetto include anche il disco in vinile, un poster, una set list scritta per l’occasione da Densmore, un sottobicchiere del locale, note di copertina, foto scattate quella sera da Peña in cui Morrison appare giovanissimo e lievemente spaesato, non ancora l’animale da palcoscenico descritto dalla storiografia rock. Pur esibendosi di fronte a una dozzina di persone appena — la media al London Fog — Morrison dava spesso le spalle al pubblico, trovando più rassicurante cantare guardando i compagni della band. Una sera scoppiò una rissa. Il proprietario incolpò i Doors e li licenziò. Era presente Ronnie Haran che li ingaggiò per esibirsi stabilmente al Whisky a Go Go, altro locale sul Sunset Strip ben più prestigioso. «Forse ci pagheremo l’affitto», pensò Densmore. Anche qualcosa di più.

Pubblicato originariamente su Rockol

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