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La Cosmic American Music di Valerie June

valerie_june_by_liz_devine-1Da quando Beyoncé s’è esibita con le Dixie Chicks si è tornati a parlare dell’incrocio fra musiche bianche e nere. È una cosa che Valerie June fa da una vita, e senza doversi strizzare in abiti semitrasparenti di J’Aton Couture. È lei la cantante “roots” più interessante in circolazione. Afro-americana cresciuta nel Tennessee, fra Jackson e Humboldt, mischia con naturalezza bianco e nero, sud e nord, arcaico e moderno, rurale e urbano. Nel 2017 pubblicherà il nuovo album The Order of Time ed è probabile che v’imbattiate prima o poi nel suo timbro vocale acuto, penetrante, duttile. Intanto è uscita Astral Plane che lei canta con voce da ragazzina pur avendo 35 anni. L’ha abbozzata per una collaborazione con i Massive Attack, tu pensa. Non se n’è fatto niente, però le è rimasto questo ritornello vagamente esoterico.

Nel resto del disco canta di cose più concrete: amore, affetti, speranze, cambiamenti. In Long Lonely Road racconta la storia della famiglia e di quando se ne va di casa, a 18 anni. Finisce per sposarsi a Milano con il chitarrista Michael Joyner. Il matrimonio dura poco, ma i due fanno in tempo a incidere a nome Bella Sun un disco presto dimenticato. Per mantenersi fa di tutto: cameriera, cuoca, commessa, babysitter. Non è un talento precoce: impara a suonare la chitarra a 22 anni. Incide tre dischi di cui non s’accorge nessuno, poi si trasferisce nel fortino hipster di Williamsburg. È bella, vagamente eccentrica, ha molto talento. Fa colpo. Il Guardian scrive che la sua voce è il suono di lunghi pomeriggi trascorsi nelle verande di Memphis, dei barbecue, dei cori delle chiese dove effettivamente ha imparato a cantare, delle jam session notturne a Nashville. E insomma, Valerie June si porta dietro quest’immaginario sudista e tre anni fa lo butta dentro un album decisivo chiamato Pushin’ Against a Stone, co-prodotto da Dan Auerbach dei Black Keys. Lei parla di «organic moonshine roots music», slogan che evoca un’idea di whisky distillato clandestinamente e bottega gourmet. Il New York Times la va a trovare in un negozio di strumenti musicali di Gowanus e la definisce un incrocio fra Dolly Parton, Nina Simone e un gatto canterino. In Style le chiede quanto spesso lava i dreadlocks (una volta alla settimana, di regola).

Valerie June va in tour con Sharon Jones, Sturgill Simpson e Norah Jones, che fa i cori nel disco nuovo, collabora con Mavis Staples, posta foto con Michelle Obama. Dice che sente le voci nella testa, letteralmente, che sono loro a dettarle le canzoni. Evidentemente questa volta le hanno suggerito un disco meno ruspante del precedente, più languido e curato, perfettamente definito fra violini e Hammond B3, pedal steel country e fiati rhythm & blues. C’è un’atmosfera felice e misteriosa da Cosmic American Music, come la chiamava Gram Parsons, un po’ di country, folk, afro blues suonato col banjo che June ha imbracciato per imitare Elizabeth Cotten, indie, gospel, tanto soul. Va bene tutto: è il 2017, il Tennessee lo trovi anche a Brooklyn.

 

 

Pubblicato originariamente su IL

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