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La La Land, l’incanto di un altro tempo

la_la_landLa cameriera e aspirante attrice Mia (Emma Stone) è in estasi quando spiega che la caffetteria nella quale lavora all’interno degli studi Warner è di fronte alla finestra dalla quale Ingrid Bergman e Humphrey Bogart s’affacciavano in Casablanca. Il jazzista Sebastian (Ryan Gosling) custodisce uno sgabello su cui s’è seduto un tempo il compositore Hoagy Carmichael. Benvenuti a La La Land. L’intero musical di Damien Chazelle (Whiplash) vive di questo tipo di venerazione nei confronti di un passato favoloso e irripetibile. La stessa cosa può essere detta della colonna sonora composta da Justin Hurwitz con testi di Benj Pasek e Justin Paul, per la produzione di Marius De Vries. Evoca le musiche di Michel Legrand e l’età dell’oro dei film musicali hollywoodiani, ne mima il romanticismo colorato, ne evoca la fantasia prodigiosa. Di quell’epoca restano l’incanto, la magia, l’evasione romantica che La La Land mira a ricreare in chiave contemporanea. Mia sospirerà pure pensando alle leggende dei film in bianco e nero, ma guida un Prius e alza il dito medio quando suonano il clacson per metterle fretta.

La La Land, il cui titolo evoca l’idea di Los Angeles quale terra promessa per artisti provenienti da mezza America, aderisce all’estetica senza tempo che ultimamente informa molte opere, cosicché forse per colpa dei vestitini di Mrs. Stone, forse per le scelte cromatiche, forse per la decisione di riprendere le performance vocali in modo naturale dal vivo, ci si scorda in quale epoca è ambientato – finché l’iPhone di Mia non squilla e ci riporta al 2017. E così la musica è orchestrale e ha ampi riferimenti jazz, ma possiede pure la leggerezza e la dinamicità necessarie per un pubblico come quello d’oggigiorno affetto da ADD. Il pianoforte – lo strumento di Sebastian, elemento ricorrente nella narrazione musicale – apre la corale Another Day of Sun, dove gli automobilisti imbottigliati nel traffico si scatenano in un coloratissimo balletto con l’accompagnamento di un’orchestra di 95 elementi e vari intrecci corali. Stone e Gosling non sono cantanti fenomenali, ma se la cavano egregiamente. La musica è leggera, ritmata, frizzante, a tratti volutamente naïf sebbene costruita con estrema intelligenza. Momenti come Someone in the Crowd spiegano cos’è La La Land: ritmica jazz, romanticismo formato orchestra, melodie ammiccanti, drastici cambi di atmosfera, un continuo rimbalzo tra incanto e disincanto, il tutto sotto il sole di Los Angeles. Singin’ in the Sun.

Con i quasi quattro minuti e mezza di durata, Someone in the Crowd è un’eccezione. Le canzoni, inframmezzate da strumentali jazz di Hurwitz che occupano oltre la metà del disco, sono in genere piuttosto brevi e piene di piccoli colpi di scena che assumono un senso in più durante la visione del film, essendo modellate sul ritmo delle immagini e sui movimenti degli attori coreografati da Mandy Moore. Il primo flirt fra i protagonisti arriva con l’anti-canzone d’amore A Lovely Night, scritta pensando a certi duetti fra Fred Astaire e Ginger Rogers, il primo momento dal carattere pensoso arriva con City of Stars, motivo ricorrente nel film interpretato prima dal solo Gosling, poi con Stone e infine usato nel finale. È il pezzo chiave del disco, il luogo dove dubbio e speranza s’incontrano — canzone e colonna sonora si sono aggiudicati due dei sette Golden Globe vinti in gennaio e due dei sei Oscar che il film ha meritato in febbraio. C’è anche John Legend, nella parte del leader del gruppo a cui si unisce Sebastian. La sua Start a Fire suona fuori luogo nel contesto della colonna sonora e così deve essere: è il pezzo che rappresenta il dilemma affrontato da Sebastian fra tradizione e modernità, fra arte e commercio. L’album si chiude virtualmente con Audition, torch song motivazionale di Mia e dei folli sognatori come lei, è quello che a teatro chiamano uno showstopper. Resta il desiderio di ascoltare qualche canzone in più: sono poche per un musical, cinque su tre quarti d’ora di musica.

Mi domando come potranno reagire gli appassionati di musica di fronte a questa colonna sonora dallo stile démodé, persino uncool se paragonato alle produzioni pop contemporanee. Ma è questo che vuole evocare: l’incanto di un altro tempo. Anche in Italia piacerà il super romanticismo della love story fra Mia e Seb. E comunque, con i teatri italiani animati da riedizioni di Evita, Notre Dame de Paris, Sister Act, Billy Elliot, Grease, The Bodyguard, La febbre del sabato sera, Hair, Jersey Boys, Jesus Christ Superstar e persino Un americano a Parigi, le canzoni di Hurwitz non suonano fuori da questo tempo. Film e disco raccontano una parabola sulla ricerca di un equilibro tra la volontà di seguire i propri sogni e la necessità di vivere nella realtà. E anche questa, in un mondo di retorica da tutti-ce-la-possono-fare che alimenta i cast dei talent, è una storia piuttosto famigliare. Raccontano anche, con garbo e leggerezza, la necessità di non tradire le proprie aspirazioni, di non aderire alle definizioni di arte e di vita coniate da altri, di non farsi comprare dal successo. E questa sì, è un’idea démodé.

 

 

Pubblicata originariamente su Rockol

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