Interviste

Vasco Brondi, cartoline dal pianeta Terra

luciUn disco che vorrebbe abbracciare il mondo, anzi il pianeta Terra, in tutta la sua complessità e con le sue contraddizioni. Il quarto album del progetto musicale di Vasco Brondi Le Luci della Centrale Elettrica, in uscita il 3 marzo, fotografa il tempo caotico in cui viviamo e la nostra «etnia in transizione». Qui il cantautore racconta la genesi del disco, parla del suo linguaggio non-narrativo, spiega che ci vuole tecnica anche per connettere la voce con il proprio centro emotivo e immaginativo.
Hai detto che questo è il disco di una etnia immaginaria, definizione curiosa…
«Dopo essere rimasto molto tempo senza scrivere, mi sono chiesto che disco aveva senso fare, oggi, in italiano. Ho pensato che sarebbe stato interessante creare una cartolina da spedire dal posto in cui siamo, una cartolina che rappresentasse la nostra etnia in transizione. Ho pensato il disco come colonna sonora filologicamente sbagliata di questa transizione».
È di questo che hai parlato con Federico Dragogna dei Ministri quando aveva iniziato la produzione?
«Abbiamo parlato della passione comune per i viaggi in solitaria, per l’ultimo di Damon Albarn, per i Tinariwen. Abbiamo usato strumenti assurdi che lui ha portato dall’India o dal Laos. E alla fine, a differenza di come faccio di solito, abbiamo costruito il disco attorno alle ritmiche. L’apporto di Daniel Plentz dei Selton è stato fondamentale. Abbiamo lavorato con persone che non avevano il retroterra culturale mio e di Fede, ovvero il rock o il punk o il grunge. Anche quando scrivevo alla chitarra o al piano ero molto concentrato sul ritmo, ho usato le parole in modo percussivo. Abbiamo azzardato una cosa, magari sbagliata, che non è rock e non è world music. È quello che è».
L’album racconta l’aria che tira e tiene assieme immagini contraddittorie.
«È pieno di cortocircuiti, di contraddizioni che sento in me e che cerco di accettare. Far canzoni a volte serve per riordinare le idee, ma le cose del mondo non sono ordinate. La prima e l’ultima canzone sono diverse dalle altre, sono sipari che racchiudono il senso di contraddizione di cui parli tu. Sono giorni di miracoli, sono giorni di cose che di solito non succedono. È un posto, la Terra, dove è possibile tutto il bene e tutto il male del mondo».
E alla fine il tuo stile non-narrativo si è rivelato perfetto per raccontare il tempo in cui viviamo e assorbiamo gli stimoli che ci arrivano in modo caotico, oggi più che mai…
«Forse perché è nell’aria questo modo di vedere le cose in modo più fotografico che letterario, come immagini che si susseguono velocemente su uno schermo e ci bombardano creando cortocircuiti nell’immaginazione. Mi viene naturale. Sono sempre stato attratto da canzoni come La domenica delle salme di De André che pur non essendo narrativa racchiude un decennio in pochi minuti. Oppure Incubo numero zero di Claudio Lolli, certe cose di De Gregori e dei CCCP: le canzoni che mi hanno folgorato mi facevano vedere qualcosa. Forse per osmosi, questa cosa è arrivata anche a me».
Nel disco è incluso il libro-diario La grandiosa autostrada dei ripensamenti. Che cosa contiene?
«Ci sono i tre mesi in cui abbiamo messo in bella copia l’album e l’anno e mezzo di preparazione. Sono appunti di viaggio, esondazioni delle canzoni, pezzi che non sono finiti nel disco. È un altro po’ di mondo attorno alle canzoni».
E il tour, come sarà?
«Ho una band praticamente nuova, vengo giusto da una settimana di full immersion con loro ed è come se mi avesse investito un camion, non sono un amante della sala prove. Il concerto sarà meno complicato di quello di Costellazioni, sarà basato sulle parti ritmiche, sarà la trasposizione rock’n’roll del disco, con un uso dei cori per me nuovo. E senza alcun suono che non sia prodotto da noi sul palco».
Scrivi canzoni incentrate sui testi, non usi costruzioni melodiche e armoniche molto sviluppate. È uno stile personale, ma apparentemente pone molti vincoli. Ti poni il problema di come farlo evolvere affinché non diventi una gabbia?
«Il mio cantante preferito è Giovanni Lindo Ferretti che non si è mai spostato di un millimetro, quindi non è un problema che mi pongo. Ma allo stesso tempo sono convinto della necessità di allargare sempre di più il pozzo in cui butti le cose. Di ampliare la prospettiva, insomma. Se col primo disco parlavo della periferia di Ferrara, tre anni di vita con un orizzonte di tre chilometri quadrati, adesso ci sono molti altri posti, altre sensazioni. Ma è una cosa che è accaduta da sola. Crescere significa conoscersi, ovvero sapere cosa ti piace fare e cosa ti viene bene. Non potrei mai mettermi lì e dire: ora faccio un disco soul. Anche se riuscissi a farlo bene, chi se ne frega? Ci sono grandi occasioni da lasciar perdere, perché non sono cosa tua».
E del resto cantanti come De Gregori, che non sono tecnicamente dotati, riescono a raggiungere certi livelli di espressività…
«Io però non direi che De Gregori non è tecnicamente dotato. Ci sono quelli che fanno scale impossibili, ma c’è un altro strato che non viene quasi mai analizzato ed è quello della connessione della voce con il centro emotivo e immaginativo. Anche questo è un lato tecnico che, volendo, si può ampliare facendo training teatrale».
Tu l’hai fatto?
«Sì, ma ci sono anche altri modo per arrivarci. È un lavoro di crescita interiore che non tutti fanno. Il mondo è pieno di cantanti che non sbagliano una nota, eppure a nessuno frega di quel che cantano. Io dico: smettete di fare scale per un po’ e concentratevi sul sentire che la vostra voce sta parlando davvero, che vi tocca quel che state cantando, che l’aria che emettete è espressione di qualcosa. È questa la cosa più importante».
Il tuo primo disco è stato per molti uno shock, nel bene e nel male. Non avevi paura che ti avrebbero preso per un marziano o per pazzo?
«Avevo l’incoscienza di chi non sa nulla della musica e ancora adesso penso che non è sano per un musicista seguire Sanremo o X-Factor, sapere cosa passa in radio, leggere le riviste musicali. Sapere che cos’è cool ti confonde le idee, meglio andare dritti per la propria strada».
Nessuna paura, quindi?
«La mia unica paura era farmi altri sei anni nel bar in cui lavoravo. Io all’inizio Le Luci della Centrale Elettrica l’avevo pensato come un progetto collettivo. Mi sono reso conto che stavo facendo una cosa strana quando non ho trovato nessuno, neanche fra gli amici, disposto a suonare con me. Ricordo la volta in cui suonai al Conchetta. Il fonico mi disse: fighissimo, non sentivo una cosa così da dieci anni, la gente era imbarazzata. Disse proprio così: imbarazzata. È un complimento tuttora imbattuto».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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