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La «amara terra mia» dei Tinariwen

tinariwenDeserti diversi, musica uguale, ha titolato (più o meno) l’inglese Observer. E cioè: esiliati dal Mali, zona di guerra, i Tinariwen hanno registrato il nuovo album in parte negli studi Rancho de la Luna, nel deserto californiano di Joshua Tree, in parte a M’Hamid El Ghizlane, nel Marocco meridionale, eppure la cosa non si sente granché. Il loro nuovo album non si distacca radicalmente da quelli che l’hanno preceduto – e del resto anche Emmaar del 2013 era nato in California. Elwan, che significa elefante, basa il suo fascino sul potere dell’iterazione, sul turbinio di intrecci chitarristi, su voci che seguono lo schema call-and-response. Sulla fusione di musica assouf e blues alimentata – più che nel passato recente, ecco una novità – sulla carica propulsiva delle percussioni. È il disco di un gruppo in esilio che fa i conti con la propria tradizione, con la rabbia, con la nostalgia. Ma non si arrende.

I Tinariwen sono diventati una presenza quasi famigliare per il pubblico occidentale. Se una decina d’anni fa avevano qualcosa di selvaggio e pericoloso, imbracciavano chitarre come fucili e declamavano rivendicazioni per il riconoscimento del loro popolo, oggi sembrano cantori della nostalgia di un terra lontana, inospitale eppure bellissima. Accade in Sastanàqqàm, dove si chiedono se c’è qualcosa di meglio di «una nuova pelle di capra impermeabile e sapere dove trovare l’acqua nel posto più impensabile». Il Mali è anche un posto pericoloso: nel 2013 il chitarrista del gruppo Abdallah Ag Lamida è stato rapito da Ansar Dine, il gruppo islamista fondato da Iyad Ag Ghaly, un tuareg che secondo il Guardian è stato vicino ai Tinariwen. Il Festival au Désert, trampolino di lancio per il gruppo ed elemento centrale nello sviluppo della mitologia del desert blues, è stato cancellato. È uno stato di cose che si riflette nei testi. L’amara terra descritta in Téneré Tàqqal è un altopiano di spine dove gli elefanti vanno a combattere e schiacciano tutto quel che finisce sotto le loro zampe.

I Tinariwen hanno il blues, eppure Elwan è più vivace ed elettrico di Emmaar. Quello era attraversato da una vena malinconia, questo è essenziale, ma più brioso fin dall’iniziale Tiwàyyen, con ospiti Matt Sweeney e Kurt Vile, e dagli echi funk di Sastanàqqàm. Non c’è niente di spettacolare nell’album, non di spettacolare come lo intendiamo noi occidentali, e anche l’ennesimo incontro con i musicisti rock viene consumato senza grandi clamori – Sweeney e Alain Johannes quasi si mimetizzano nella musica della band in Talyat. Le session marocchine, che si sono tenute in una tenda piantata non lontano dal confine con l’Algeria, hanno fruttato la collaborazione con strumentisti locali e con un gruppo berbero di musicisti gnawa, lo stile che negli anni ’60 aveva portato Brian Jones in Marocco.

Dal blues di Nizzagh Ijbal al call-and-response di Hayati, le strutture sono semplici, scarne, svuotate. Il lavoro di sottrazione arriva alle estreme conseguenze in Ittus, un pezzo per voce e chitarra con un testo formato da tre soli versi sull’unità della nazione. Se Imidiwàn N-Àkall-In è in invito a riallacciare il legame con le propri radici e canta la terra dei tuareg come una landa gemente e svuotata, abitata da vecchi e bambini, Assàwt è un tributo alla voce delle donne tuareg. I riverberi di Nànnuflày chiudono idealmente l’album. «Che Dio sia nel mio cuore», si augura Mark Lanegan in una canzone che parla di inseguire ricordi costruiti su dune in perenne movimento. È l’effetto che fa Elwan, è il suo messaggio amaro.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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