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Il breakup album nell’era digitale

dirty-projectors-screenshotA un certo punto del nuovo album dei Dirty Projectors si ascolta il suono di una stampante 3D fatto passare attraverso l’amplificatore di una chitarra. Altrove il pitch della voce di Dave Longstreth è alterato fino a farlo sembrare un lamento parossistico e straziato. In un’altra un campionamento dal film di Alfred Hitchcock Vertigo è abbinato a un sintetizzatore modulare e a un piano jazz, il tutto per musicare la narrazione della fine precipitosa di una storia d’amore. In un’altra ancora l’arrangiamento è composto da note di Rhodes che rimbalzano da un canale all’altro e dalla sovrapposizione di otto strati di musica eseguita da un quartetto d’archi.

Le costruzioni musicali di Dave Longstreth sono note per il loro carattere originale, ma il leader dei Dirty Projectors non si era mai spinto tanto in là. Nel suo nuovo album reinventa completamente il gruppo, lasciandosi alle spalle l’idea stessa di band tradizionale e adottando un gusto per la produzione affine a hip-hop e R&B che fa sembrare Stillness Is the Move una sciocchezzuola giovanile. Dirty Projectors è assieme un disco pop, una installazione sonora, un’opera di musica contemporanea digitale, un album art pop schizzato perfettamente calato nell’estetica hip-hop. Fa un certo effetto pensare che questo musicista che mette nel suo disco un po’ di Yeezus e un po’ di 808s & Heartbreak solo pochi anni fa incideva cover di Bob Dylan. Come ogni altro disco della band da una decina d’anni a questa parte, Dirty Projectors alza l’asticella dell’ambizione. È spiazzante e avventuroso, un viaggio nella mente di Longstreth innescato dalla fine della relazione con la fidanzata e un tempo membro chiave della band Amber Coffman.

Dirty Projectors è un breakup album, ma Longstreth scoraggia ogni lettura diaristica. Nonostante alcuni riferimenti espliciti – l’incontro alla Bowery Ballroom, lui che scrive per lei Stillness Is the Move – l’album non racconta la storia della separazione da Coffman, ma ne isola le sensazione e i sentimenti coinvolti, offrendoli in chiave universale. Non è un diario, è un viaggio, è un’epica. Una parabola precisa che parte dal dolore e va verso la comprensione, che porta da Know Your Name a I See You, da una separazione talmente tormentata da non potere essere detta con voce naturale a una risoluzione rappacificante musicata con un Hammond d’altri tempi. Piazzata alla fine di un disco difficile e per certi versi astruso, I See You suona liberatoria, l’augurio che il tempo cancelli il dolore lasciando solo sentimenti di perdono, riconciliazione, gratitudine. Il piano personale si sovrappone a quello artistico, in certi passaggi la differenza fra i due è volutamente opaca. Longstreth si congeda dicendosi convinto che «l’amore che abbiamo fatto è arte». Dirty Projectors lo testimonia.

Per raccontare questa storia, David Longstreth ha messo sottosopra i Dirty Projectors. Il gruppo è sempre stata una sua creazione e non esistono due album incisi con lo stesso personale, però negli ultimi anni s’era consolidata una line-up comprendente il bassista Nat Baldwin, il batterista Brian McOmber e soprattutto le voci femminili di Coffman, Haley Delle e Angel Deradoorian, più di recente Olga Bell. Nessuno di loro appare nell’album. Anzi, a parte quella di Dawn Richard in Cool Your Heart, non ci sono voci femminili, un piccolo shock per gli amanti della band. Quella formidabile pluralità di voci, parte essenziale dell’estetica dei Dirty Projectors, è sostituita dalla manipolazione della voce di Longstreth che viene moltiplicata, trasformata in uno strumento duttile, ora resa in modo magnificamente naturale, ora coperta da una patina metallica.

Il gruppo è tornato a essere una creazione del solo cantante, che si è circondato di gente come Tyondai Braxton, Mauro Refosco, Michael Johnson, l’ensemble di musica contemporanea yMusic, Elon Rutberg. In un certo senso, è un ritorno alle origini: i Dirty Projectors nascono come musica da camer(ett)a, il soliloquio di un ragazzo testardamente convinto di dover rendere la sua musica unica, come un’impronta digitale. Mai, però, aveva raggiunto un tale livello di sofisticatezza e (quasi) mai aveva coinvolto in un progetto tanti collaboratori. Questa formula tipica di molti dischi hip-hop contemporanei ha salvato il gruppo, o per lo meno il suo nome in un momento di crisi personale artistica di Longstreth.

Negli ultimi anni il cantante dei Dirty Projectors ha collaborato con Kanye West, Rihanna, Solange. Ha lasciato New York per Los Angeles, si è appassionato sempre più delle tecniche produttive dell’hip-hop. Ascoltando le canzoni ci si fa l’idea che siano il prodotto di un continuo scambio fra musica suonata e trattamenti digitali. I due piani si compenetrano in modo perfetto e questo è uno dei grandi pregi del disco che offre il piacere di sentire musica ben suonata e architettata con intelligenza, con timbri favolosi di ottoni, archi, tastiere, e al tempo stesso sfida a seguirne le circonvoluzioni irregolari e trattate digitalmente. Longstreth lo ha accennato in un’intervista: ha suonato riff e frammenti musicali, li ha campionati, smontati, rimontati in frammenti bizzarri che ha poi risuonato. Messe da parte le frasi di chitarra dei vecchi dischi, frammenti nervosi che riemergono solo saltuariamente, Longstreth ha suonato pianoforte, Rhodes, Wurlitzer, tastiere varie. Johnson e Refosco hanno dato vita a ritmi disegnati al computer, Braxton ha usato i sintetizzatori modulari, session band della scena jazz di Los Angeles hanno aggiunto gli ottoni, Jimmy Douglass ha mixato il tutto in modo spettacolare. Il risultato è forse un po’ cervellotico, ma prodotto con una tale sensibilità da rendere il flusso sonoro emozionante, avvincente, imprevedibile. Longstreth non si era mai esposto così tanto.

Quel che Dirty Projectors non contiene sono grandi canzoni, per lo meno come le si intendeva una volta: melodiche, cantabili, popolari. Longstreth ha tentato di rendere più accessibile e tradizionale la sua musica con l’album del 2012 Swing Lo Magellan, ora va in tutt’altra direzione con uno dei progetti più audaci e riusciti cui si è dedicato, di certo il suo più personale ed emotivamente denso. Dirty Projectors è un disco importante, perfettamente calato nel suo tempo. Usa i metodi produttivi contemporanei per definire uno stile nuovo, dove la storia di musicista indipendente di Longstreth si concilia con il pop. Un po’ come Currents dei Tame Impala o 22, A Million di Bon Iver, incarna l’abbattimento degli steccati fra indie e mainstream. O, per dirla con Longstreth, celebra l’idea che la musica sia un’unica, grande conversazione condivisa.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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