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Hurray for the Riff Raff, un formidabile disco folk–Bronx–Porto Rico

Alynda Lee Segarra era una bambina quando finì per la prima volta sul New York Times. Nel dicembre 1993 sua madre Ninfa Segarra era stata nominata da Rudolph Giuliani deputy major per l’educazione, la salute e i servizi sociali. «La sua storia» disse il sindaco «potrebbe riempire un capitolo di Ritratti del coraggio». Figlia d’immigrati portoricani, cattolica iscritta nelle liste democratiche, passata dalle case popolari agli uffici della City Hall, Ninfa Segarra definiva la sua storia «a Bronx tale», come il film di Robert De Niro. L’articolo accennava ai figli: Pablo, 10 anni e Alynda, 6. Oggi quella bimba è una delle folksinger americane più interessanti e piene di talento in circolazione. Forse una delle più originali: chitarrista e cantante queer, rocker arrabbiata, vagabonda pentita.

Figlia del Bronx cresciuta a punk e slam poetry, a 17 anni Alynda Segarra lascia casa suggestionata dai racconti di Woody Guthrie. Non vuole educazione, vuole avventura. Finisce nel Lower Ninth District di New Orleans. Lì con il suo gruppo Hurray for the Riff Raff si fa un nome dando voce e sostanza a un folk bellicoso, perfettamente dentro la tradizione per quanto riguarda le musiche, decisamente fuori per i temi. Non pensa a se stessa come a una puertorriqueña fino a quando, suppergiù nel periodo in cui lascia New Orleans per Nashville, sente un bruciante desiderio di scoperta. E allora porta sul palco la bandiera di Porto Rico e quella arcobaleno. Si calca in testa un basco, come le ragazze che negli anni ’70 sfilavano per le strade di New York con il gruppo di attivisti portoricani degli Young Lords. Si cala nella cultura Nuyorican. Inizia ad ascoltare la musica dei Ghetto Brothers, a leggere Julia de Burgos, a studiare l’opera della Fania Records.

Butta tutto dentro il nuovo album degli Hurray for the Riff Raff The Navigator. Ascoltando Ziggy Stardust, le viene l’idea matta di farci un concept e magari un giorno un musical. Iscrive il suo percorso verso la consapevolezza delle proprie origini nella storia del personaggio di Navita Milagros Negrón, una ragazza di strada cresciuta in una città che somiglia a New York. Navita vi torna dopo un incantesimo durato quarant’anni solo per trovare la sua gente colonizzata o esiliata. Mette assieme percussionisti latinoamericani e cantanti di doo wop del New Jersey. Usa folk, rock, gospel, ritmi folclorici di Porto Rico. Evoca la verità di strada e il romanticismo da ghetto dei Mink DeVille. Riesce a scrivere un disco folk urbano che non puzza di vecchio e che smentisce il luogo comune secondo cui l’Americana è una musica esclusivamente bianca. Scrive di gentrificazione e appropriazione culturale, afferma che una cultura può morire anche per assimilazione.

Pieno di canzoni semplici e magnifiche, colorite e vivaci, The Navigator è un viaggio attraverso l’identità di razza, genere, classe e cultura, un disco dove il poeta di Puerto Rican Obituary Pedro Pietri convive con il fantasma di Emmett Till, un lavoro sintonizzato con l’idea di intersezionalità coniata quasi trent’anni fa da Kimberlé Crenshaw e diventata una delle parole chiave della Women’s March on Washington del 21 gennaio. L’album culmina in una canzone il cui titolo è ispirato al nome del giornale degli Young Lords Pa’lante («Avanti!»), un invito a rappresentarsi nel mondo con forza. «Be something!» è l’imperativo. Alynda Segarra la mette giù così: «Volevo fare un disco che mia madre potesse ascoltare, per poi dire: ecco, mia figlia sa da dove viene».

Pubblicato originariamente su IL

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