Interviste

L’arte del do it yourself: parla Chris Lombardi della Matador

Quando Chris Lombardi parla dei suoi artisti gli brillano gli occhi. Il fondatore dell’etichetta americana Matador ha una cinquantina d’anni e l’entusiasmo di un ventenne. Nata nel 1989 senza grandi pretese, con sedi a New York, Los Angeles e Londra, Matador è l’etichetta di Spoon, il motivo del passaggio di Lombardi in Italia, Savages, Belle and Sebastian, lo è stata di Liz Phair, Mogwai, Sonic Youth. Si è alleggerita rispetto a quando, alla fine degli anni ’90, ci lavoravano una trentina di persone, ma il ridimensionamento del mercato non spaventa Lombardi che, anzi, trasmette un entusiasmo contagioso nei confronti dello streaming. «È un periodo super eccitante», assicura.

Dici spesso di avere fondato la Matador come hobby, senza l’intenzione di farne un business. Però hai chiesto un prestito di 40.000 dollari a tuo padre, bella cifra per un passatempo…

«Ma non glieli ho chiesti tutti in una volta. Avevo 23 anni, avevo mollato il college, avevo lavorato per un certo periodo per un distributore discografico e mi ero preso una pausa. Non volevo tornare al college come volevano i miei. Dissi a mio padre del mio progetto e lo convinsi a farmi un prestito di poche migliaia di dollari, che nel giro di un paio d’anni diventarono effettivamente 40.000. Glieli restituii e pure moltiplicati. Sentirmi economicamente indipendente dai genitori mi fece sentire per la prima volta un adulto».

La svolta avvenne con il successo dei Teenage Fanclub?

«Il loro disco cominciava a vendere e noi non avevamo le risorse economiche per stamparlo e distribuirlo adeguatamente. Alla fine firmarono con una major. Credimi, non fu facile: fu una gran delusione vedere svanire una band su cui avevano investito tempo, soldi, fatica».

Eravate troppo piccoli per soddisfare le esigenze di band in procinto di esplodere…

«Eh sì, ed era una situazione tipo Catch-22. I soldi erano necessari per alimentare la crescita delle band, ma più diventavano grandi e più soldi ci servivano. Improvvisamente non dovevano più stampare più 500 copie, ma 50.000 e i soldi li dovevamo trovare da qualche parte. Ovviamente le copie vendute non ci venivano pagate subito, ma dopo mesi e intanto ci toccava finanziare i tour e stampare nuovi dischi. C’è gente che è fallita, in questa maniera».

Alla fine avete venduto metà della società.

«Ci servivano finanziamenti per far crescere l’etichetta e perciò stringemmo un accordo con la Atlantic. Quando ne uscimmo vendemmo il 50% delle quote alla EMI, quote che però ci siamo ripresi (oggi quel 50% appartiene al gruppo Beggars, nda). Il bello è che abbiamo continuato a lavorare con i nostri standard, facendo dischi che una major non avrebbe mai pubblicato. È stato un modo per costruire il catalogo senza dover scendere a compromessi, ampliare lo staff, pagare gli amici».

Qual è il best seller della Matador?

«Mmm… forse Exile in Guyville di Liz Phair, che andò oltre il disco d’oro. Anche se probabilmente i due degli Interpol andarono meglio. A livello mondiale il più popolare è … Like Clockwork dei Queens of the Stone Age».

Quando la metteste sotto contratto Liz Phair era sconosciuta, i Queens invece erano già delle star. Però Matador non è il tipo di etichetta che prende artisti e li plasma, no?

«Abbiamo un’idea tutta nostra di cosa vuol dire fare A&R: non creare un artista, ma stimolarlo, sfidarlo a tentare cose nuove, trasmettergli la sicurezza necessaria per sperimentare. Non siamo quelli che vanno in giro per locali per trovare l’ultima tendenza da trasformare in un successo discografico. Cerchiamo veri musicisti, quelli che creano arte perché non hanno alternative, perché sentono l’imperativo di esprimere se stessi. Artisti autentici. Non ci interessa chi usa la musica come tramite per raggiungere un certo stile di vita, diamo supporto a chi vuole creare un circuito indipendente. Siamo ancora attaccati all’arte del do it yourself, una vecchia idea punk-rock».

Una volta hai detto che non assumete persone che hanno maturate esperienze nel music business: non è folle?

«Se uno ha lavorato nel music business non può essere uno di noi. L’idea di far soldi non importante come l’idea di fare dell’arte. Certo, oggi rispetto al 1989 è tutto molto più complicato, devi saperti adattare ai tempi che cambiano e un po’ di senso degli affari lo devi avere, ma lo si può ancora fare nel modo in cui l’ho fatto io: pubblicare un disco alla volta, una scala modesta, in base ai gusti personali. Ci piacciono gli artisti che ottengono successo perché amati dai giornalisti e dai veri music fan piuttosto che quelli che ci arrivano grazie i passaggi radio».

E quindi il tuo modello di business prevede una parte emozionale…

«Si basa tutto su quello. Pubblichiamo la musica che amiamo suonare in ufficio o a casa e che speriamo cambi la vita a qualcuno. Adoriamo stare vicini a gente divertente e creativa. Vogliamo divertirci il più possibile. È come un club, una famiglia».

È stata dura vedere il mercato discografico rimpicciolirsi?

«Sì, ma ora si sta espandendo grazie allo streaming».

È un sistema che funziona, chessò, per Drake. Non penalizza le etichette come la vostra?

«Ma no, anzi, è un periodo super eccitante. Oltre la metà dei nostri ricavi deriva dal digitale e in buona parte si tratta di streaming. È costante crescita. Continuerà ad aumentare».

La presenza di YouTube non aiuta.

«Credo che anche loro arriveranno a pagare quanto gli altri servizi di streaming come Spotify, Apple Music o Deezer. Vedrai che la gente pagherà pur di avere la musica a portata di mano, sempre, ovunque».

La vostra prossima uscita importante è Hot Thoughts degli Spoon, che pubblicherete il 17 marzo.

«È la mia missione personale, è il motivo per cui sto girando l’Europa. Voglio essere sicuro che la gente questa volta voi europei non ve li facciate sfuggire. Questo disco, poi, è uno dei loro migliori: mai sentiti gli Spoon così padroni di sé, così rock’n’roll, così grezzi. È un disco molto fisico».

Altre uscite in vista?

«In giugno uscirà il nuovo degli Algiers. È il suono della rivoluzione: arrabbiato e feroce, potente e pieno di soul. Perfume Genius sta registrando con Blake Mills, che ha fatto i dischi di John Legend e degli Alabama Shakes, fra le altre cose. Nel primo album era fragile e confessionale, ora ha una visione artistica molto più nitida e rivolta al futuro. È meno difficile del precedente, ma è pur sempre Perfume Genius e quindi bello strano. Abbiamo un’artista chiamata Julien Baker, una cantautrice con una voce acuta da non credere, tanto minuta e tanto capace di scrivere testi incredibilmente sinceri. Il prossimo anno arriveranno anche i nuovi di Kurt Vile e Cart Seat Headrest. Anche i Belle and Sebastian stanno registrando un nuovo album: forse presto avremo un loro EP».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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