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Allo Chateau Marmont con Jarvis Cocker e Chilly Gonzales

Ah, se questo pianoforte potesse parlare, quante cose racconterebbe su chi è passato per questa stanza, sui sentimenti di chi ha posato le dita sulla sua tastiera, sui fatti che si sono consumati fra queste mura. E insomma ci si immagini un mezza coda ospitato in una stanza d’hotel che evoca gli spiriti di un pezzetto di Hollywood e racconta qualcosa della natura umana. L’idea è strana e quindi interessante: una ex pop star inglese a caccia di progetti inusuali, Jarvis Cocker insomma, incontra un pianista canadese vulcanico e imprevedibile come Chilly Gonzales e assieme imbastiscono per l’etichetta “colta” Deutsche Grammophon un ciclo di sedici composizioni incentrate sulla stanza numero 29, al secondo piano del celebre Chateau Marmont, sul Sunset Boulevard. Che sia chiaro: è un disco minimale, per lo più per voce e pianoforte, prezioso e chic, oggettivamente brillante, legato a una performance multimediale che gira l’Europa. Ma è anche un progetto che fra qualche anno sarà ricordato, temo, con il sollievo tipico dello scampato pericolo, magari abbinato a titoli compiaciuti quali «Jarvis Cocker torna al pop». Peggio per loro.

Per capirsi: questo è un disco con una bibliografia consigliata, dico sul serio, sono sette volumi che vanno da Life at the Marmont di Raymond Sarlot e Fred E. Basten a The Big Screen: The Story of the Movies and What They Did to Us di David Thomson, passando per Myra Breckinridge di Gore Vidal. Jarvis Cocker ha soggiornato allo Chateau Marmont un paio di volte, l’ultima nel 2012, l’idea gli è venuta allora. Ha studiato la storia dell’hotel inaugurato nel 1929 dove Humphrey Bogart faceva giardinaggio nei pressi dei bungalow (provateci voi: sono 2200 dollari a notte), dove i Led Zeppelin scorrazzavano allegramente a cavallo delle Harley seminando il panico nell’atrio, dove John Belushi crepò. Con l’aiuto di Gonzales – vuoi che uno che ha suonato per 27 ore consecutive, un giorno a Parigi, non si presti a un progetto del genere? – Cocker ha messo assieme sedici fra strumentali e canzoni che funzionano come cartoline del passato, flash della vita piena di glam dei ricchi & famosi & un poco infelici di un’altra epoca. Storie di un altro mondo, che un poco ci riguardano.

È un disco di fantasmi, questo. C’è la figlia di Mark Twain, Clara Clemens, che vive nella stanza e – ci si immagina – vi porta il pianoforte posseduto dal marito appena defunto, il musicista Ossip Gabrilowitsch. Ci sono Jean Harlow, la Bombshell dell’omonima canzone, e il produttore cinematografico Paul Bern che trascorrono nella numero 29 la luna di miele – lui si ammazza due mesi dopo, forse incapace di vivere con una delle donne più sexy d’America, ve l’avevo detto che la storia aveva un lato infelice. C’è Howard Hughes, ricchissimo e pazzoide, che piazza un telescopio sul balcone dell’attico per individuare le meglio ragazze che sguazzano in piscina, potenziali starlette da lanciare nel mondo di Hollywood. Queste storie e altre ancora sono narrate con grande senso della misura da Cocker e trasformate in musica da Gonzales, che ora ci mette il suo tocco minimale e ora lascia cadere note funeree, ora evoca accompagnamenti da lied del XIX secolo. È un disco che si colloca nel filone dei lavori extra rock di Elvis Costello, di Joe Jackson, di quella razza di cantautori lì.

Voce e pianoforte sono il cuore del disco, però quattro canzoni contengono frammenti di un’intervista allo storico del cinema David Thompson, all’incirca metà sono arricchite dalle performance del quartetto d’archi Kaiser Quartett usato con parsimonia e tenuto per lo più sullo sfondo, qua e là s’ascoltano un flauto e un corno francese, in A Trick of the Light c’è persino un’orchestra, nei crediti compaiono i nomi di Ryuichi Sakamoto e Gato Barbieri. Sono tutte voci che concorrono a trasmettere un gran senso di solitudine – forse è il sentimento che parecchia gente ha provato in quel posto “costruito su una grande bugia”, che grandiosa bugia però. È l’idea che in un hotel come il Marmont ci si va a recitar sé stessi e la propria esistenza, effimera e imbellettata e liberata finalmente dalle responsabilità della vita di tutti i giorni. Che alla fine chiede il conto e di solito è salato.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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