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Ultramega Cameron

Nel 1988 i Soundgarden erano uno dei gruppi più noti all’interno della scena di Seattle, perfetti sconosciuti altrove. Emersi dal medesimo humus culturale dell’etichetta Sub Pop, erano nel pieno delle trattative per incidere con la major A&M, un fatto sensazionale per una band di Seattle nell’epoca pre Nevermind, eppure vollero pubblicare il loro primo, vero album con un’etichetta di culto dell’hardcore americano, la SST. Quel disco, titolato Ultramega Ok e prodotto da Drew Canulette, segnalava un nuovo modo di fare musica, fra metal, hardcore, psichedelica e rock-blues, ma aveva un difetto: il suono compresso, la mancanza di “presenza” degli strumenti. Si pensò di rimediare con un nuovo mix di Jack Endino, ma non se ne fece niente per mancanza di tempo e denari. Oggi quel progetto è stato portato a termine e Ultramega Ok non è mai suonato così bene. La ristampa contiene anche sei versioni alternative tratte dalle session realizzate con Endino nel 1987. Ne abbiamo parlato brevemente con il batterista Matt Cameron, in forza anche a Pearl Jam e Temple of the Dog.

Rimixare un vecchio album non è un po’ come cercare di riscrivere la storia?
«Non stiamo cercando di correggere la storia, è che abbiamo cercato di rimasterizzare Ultramega Ok e non suonava granché bene, quindi Jack Endino s’è preso il compito gravoso di rimixarlo da zero. Lo ha fatto prendendo come punto di riferimento il vecchio mix, col risultato che oggi Ultramega Ok non è radicalmente diverso dall’album originale, però ha un sound, come dire, aggiornato».

Sono passati 29 anni dalla pubblicazione dell’album. Che effetto ti ha fatto riascoltarlo?
«Sento un gruppo molto giovane e pieno d’energia. La musica, che trovo ancora piuttosto buona, riflette quel che eravamo all’epoca: un gruppo di ventenni o poco più. Troppo giovani perché oggi mi ci possa immedesimare. Mi pare passata una vita».

Una volta Chris Cornell ha detto che Ultramega Ok fu scritto troppo velocemente. Non avete avuto il tempo di scrivere i pezzi, insomma. È così?
«Se ci ripenso, effettivamente utilizzammo molte canzoni che erano già state composte, lo facemmo anche per Louder than Love a ben vedere. Molti pezzi, direi almeno 35, erano stati scritti prima che arrivassi. Il primo album contenente composizioni completamente nuove fu Badmotorfinger».

Tutti scrivevate musica…
«Quando arrivai nei Soundgarden, nel 1986, erano già consolidati dal punto rivista creativo, ma fortunatamente si dimostrarono aperti alla collaborazione. Avevo già registrato un po’ di demo con Jack Endino al Reciprocal, li feci ascoltare, decisero di incidere He Didn’t per Ultramega Ok. È la mia prima canzone che appare in un disco dei Soundgarden».

Eri cosciente di quel che stavate facendo? In particolare del fatto che la vostra musica mischiasse metal, hardcore, psichedelia, new wave. All’epoca era un po’ una bestemmia.
«Era una delle cose che mi piaceva della band. L’elemento blues si mischiava con l’improvvisazione di stampo psichedelico e la cosa emerse all’epoca di Ultramega Ok. Non che ci pensassimo consciamente: ci veniva naturale».

Eravate più originali di quel che credevate?
«Questo no, non credo, perché all’epoca c’erano tantissime band uniche nell’underground, dai Butthole Surfers ai Minor Threat. Non ci consideravamo più originali di chi ci aveva influenzato, dai Black Flag ai Blackouts di Seattle, ma di sicuro era divertente far parte di quel giro».

Ultramega Ok uscì prima che tutti cominciassero ad amare la vostra città, per dirla con i Mudhoney. Una scena locale, però, si era ampiamente formata. Sentivi che qualcosa di speciale stava accadendo nel Pacific Northwest?
«Non credo, non alla fine degli anni ’80. Penso che l’aspirazione di tutti quanti, ai tempi in cui la Sub Pop iniziò a pubblicare dischi, fosse entrare a far parte della rete nazionale che comprendeva le scene musicali indipendenti di Boston, Austin, New York, Chicago, Washington DC… Era un movimento sotterraneo underground e Seattle ne faceva parte».

Bruce Pavitt e Jonathan Poneman della Sub Pop miravano ad enfatizzare identità locale della musica rock.
«È quello che rappresentava il movimento underground anni ’80 per tutti noi: band ed etichette discografiche cool, grafica curata, un pubblico ristretto, ma in crescita… finché il fenomeno non scoppiò nei primi anni ’90».

Pensi che far parte di una comunità come quella che a Seattle si sviluppò attorno alla Sub Pop sia stato importante per i Soundgarden?
«Ha fatto la differenza. Non ci sentivamo soli. E del resto era più facile che si sviluppassero comunità e identità locali in un’epoca in cui Internet e altri mezzi di comunicazione non c’erano».

Qual è, a tuo modo di vedere, l’eredità musicale e culturale lasciata da quelle band oggi, in un periodo in cui il rock chitarristico non sembra particolarmente popolare?
«Eh no, non lo è più, sfortunatamente… Noi cercavamo di mantenere il controllo sulla nostra musica e di evitare le carinerie. Di metterci dentro un po’ di sporcizia. Eravamo stanchi del rock pulito che si ascoltava in giro, ci rifacevano allo spirito del punk. Ecco perché questa musica piacque tanto. In quanto all’impatto culturale, nessuno di noi poteva prevederlo, ma in fondo è quel che ti auguri succeda quando fai musica e cerchi una connessione con chi ti ascolta. È la situazione ideale: riesci ad avere successo senza compromettere il tuo sound».

E oggi?
«Oggi è fin troppo facile sovrapprodurre musica e ragionarci sopra fino a perdere la scintilla originale. Ho due figli teenager e l’altro giorno stavamo ascoltando Nevermind in auto. Quel disco per me rappresenta ancora il futuro della musica. È ancora un punto di riferimento per la scrittura, la produzione, l’integrità. Mi piace la musica semplice, ma d’impatto… Ok, sono un vecchio».

Oggi Nevermind non ti sembra un disco dalla produzione datato?
«Oh no, è fresco e intenso come allora. Perché è reale».

Come stanno andando le registrazioni del nuovo album dei Soundgarden?
«Benissimo, anche se abbiamo iniziato a lavorarci piuttosto lentamente per via degli impegni di Chris, ma anche miei. Abbiamo registrato demo di sei, forse sette canzoni e ora ne scriveremo altrettante. Ci siamo ritagliati del tempo per comporre prima di entrare in sala d’incisione».

E il nuovo dei Pearl Jam?
«Per ora l’unico piano è ritrovarsi e scrivere nuove canzoni».

L’ingresso dei Pearl Jam nella Rock and Roll Hall of Fame ha un significato speciale per te? E quanti batteristi saranno presenti?
«Sono cose fuori dal mio controllo, non ho idea di che cosa accadrà con i batteristi, so solo che quelli che entrano nella Hall of Fame siamo io e Dave Krusen. È un onore. Sarà divertente».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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