Interviste

Il lungo addio dei Deep Purple

È l’ultimo valzer per i Deep Purple? Pur non avendo annunciato lo scioglimento, il gruppo inglese non esclude che inFinite sia il disco dell’addio. In fondo non sarebbe male: è prodotto da Bob Ezrin, l’uomo dietro a The Wall dei Pink Floyd e agli album anni ’70 di Alice Cooper, ed è un monumento alla capacità di costruire canzoni partendo da jam session. Il nuovo giro di concerti che toccherà l’Italia in giugno (il 22 a Roma, il 26 a Bologna, il 27 a Milano) si chiama Long Goodbye Tour: è davvero il tempo dei saluti? Lo abbiano chiesto al batterista Ian Paice e al bassista Roger Glover. È giudizioso, pacato, dettagliato nelle risposte il primo, ficcante e ironico il secondo. Una buona metà delle risposte finisce con una risata.

Perché inFinite?
Roger Glover: «L’ha deciso la casa discografia. Amavano il punto interrogativo e quello esclamativo nel titolo di Now What?!. Cercavano un simbolo altrettanto semplice e a qualcuno è venuto in mente quello dell’infinito».

Fa riferimento al fatto che la storia dei Deep Purple andrà avanti all’infinito?
Ian Paice: «Non tocca a noi deciderlo. La domanda è: la nave raffigurata in copertina si è incagliata? Si è persa? Andrà avanti? Tornerà indietro? Ognuno può formarsi la sua opinione. Un’immagine semplice suggerisce molte piccole storie».

L’album trasmette l’eccitazione del momento in cui la musica viene creata e il grande interplay tra i musicisti…
Paice: «Quando abbiamo incontrato per la prima volta Bob Ezrin, quattro o cinque anni fa, decidemmo di catturare in sala d’incisione quel che accadeva sul palco. Non avremmo mai inciso un Sgt. Pepper’s o un Pet Sounds, ma avremmo cercato di riprodurre i nostri momenti di umanità musicale, il mistero di quel che accade quando suoniamo assieme. Se sei messo nelle giuste condizioni, tutto accade in una delle prime tre take. La devi registrare ed è fatta. Magari poi aggiusti questo o quel suono, ma l’essenza è lì. Puoi suonare lo stesso pezzo dieci volte, ma solo le prime take saranno vivide e pulsanti».
Glover: «Che stupidaggini. È tutto suonato da altri musicisti…».
Paice: «Sì, su un mini iPad».

In questo disco puoi sentire il musicista dietro lo strumento, una cosa che sta un po’ sparendo, per lo meno nella musica pop.
Paice: «Prova ad ascoltare i dischi che vincono i Grammy: hanno tutti un suono sterile. È come se ogni strumento fosse stato registrato in una stanza diversa, eppure sono considerate grandi registrazioni. Mettere tutti i musicisti in una stessa stanza è diventato fuori moda».

È qualcosa che svanirà, quando non ci saranno più i musicisti della vostra generazione?
Paice: «Penso di sì. Nel rock mainstream non c’è più alcun virtuoso. Sono tutti chitarristi ritmici, tutti i batteristi si somigliano, manca l’individualità. Non riesci a distinguere un musicista dall’altro».
Glover: «Sono d’accordo, a rischio di sembrare uno della generazione dei miei genitori. Per loro Elvis Presley era uguale a Ricky Nelson. Forse le differenze ci sono anche oggi».
Paice: «O forse stai solo tentando di essere gentile».
Glover: «O forse sto solo tentando di essere polemico».

Nel documentario From Here to inFinite si vede Ezrin in studio, in mezzo al gruppo, che quasi lo conduce come un direttore d’orchestra.
Paice: «Uno come Bob lo chiami per la sua esperienza. Se ci interrompe mentre suoniamo è per una ragione e sa spiegarti che cosa non va».
Glover: «Se uno di noi musicisti dicesse “Questa cosa non funziona”, nascerebbe una lunga discussione. Ci metteremmo tre ore a capire che cosa si vuole fare. Bob ci mette due minuti».

Ci vuole un arbitro. C’è competizione all’interno della band?
Glover: «Sempre. Ogni musicista deve lottare per ritagliarsi il suo spazio. Ma è una forma di competizione positiva. La competizione porta a frizioni e le frizioni portano creatività. Pensa a Ritchie e Jon ai vecchi tempi che sul palco lottavano letteralmente a forza di assoli. Era una vera battaglia. Chi ne usciva vincitore? Il pubblico. Ovviamente troppa frizione diventa distruttiva, come ben sappiamo…».
Paice: «Chiunque abbia sufficiente coraggio da salire sul palco e denudare l’anima suonando uno strumento è dotato di un ego piuttosto forte e questo crea conflitti. È devastante quando diventano negativi».

Tornando all’album, quando ho sentito Johnny’s Band per un attimo ho pensato trattasse di Johnny Jones and the King Casuals.
Glover: «Quella canzone non parla di una band qualsiasi, parla di tutte le band. Hanno tutte la stessa storia: vengono fuori dal nulla, ottengono successo, si sfaldano, tornano sulle scene, finiscono per suonare in qualche bar…».

Non come i Deep Purple…
Glover: «Beh, non ancora».
Paice: «Io non ero mica sicuro di quella canzone: troppo pop. Ma trattando di una pop band, è giusta così».

C’è un passaggio che parla di «fare il giro con un sound fuori moda». C’è anche un po’ di voi nella band di Johnny?
Glover: «Sapevo che me l’avresti chiesto… Ogni epoca ha un suo sound che inevitabilmente va fuori moda. Noi siamo fuori moda alle orecchie dei ragazzi di oggi. Non ce ne frega niente: siamo quel che siamo».
Paice: «E poi a tanta gente la musica fuori moda piace».

Avete tutti fra i 60 e 70 anni, eppure l’album ha un’energia che trenta e passi anni fa, diciamo ai tempi di Perfect Strangers, non avevate.
Paice: «Forse perché abbiamo continuato a suonare assieme in questi trent’anni. Quando avevamo del tempo libero, prima di Perfect Strangers, ci dedicavamo ad altri progetti. Onestamente, nulla di quello che lui ha fatto con i Rainbow o io con Gary Moore ha l’intensità dei Deep Purple».

Mi rendo conto che parlare di Deep Purple come se fosse un’unica band è un po’ un’astrazione. C’è stato un tale viavai di musicisti, eppure i Deep Purple sono rimasti tali. Qual è secondo voi l’essenza della band?
Glover: «C’è uno spirito associato al nome Deep Purple che ha a che fare con la musica e non con la ricerca di successo, fama, gloria. Chiunque abbia fatto parte di questa band lo ha fatto per ragioni musicali, ognuno di loro ha contribuito con qualcosa di interessante».
Paice: «Nessun cambiamento è stato necessario, ma tutti hanno portato qualcosa. Il periodo con David e Glenn, quei due o tre anni, ha contribuito a far andare avanti la band, per quanto le cose siano andate deteriorandosi alla fine. O il periodo con Joe Lynn Turner: non è stato per niente importante musicalmente, ma lo è stato dal punto di vista emotivo, oggi i Deep Purple non esisterebbero senza di lui. Questa band è come un matrimonio: devi cercare di tenerlo assieme per non divorziare».

Il nome del prossimo tour Long Goodbye suggerisce un addio. È così? E quanto sarà lungo questo addio?
Glover: «Alla nostra età sappiamo che non potremo andare avanti per sempre. Non siamo infiniti, forse la musica lo è, ma noi no. Non sappiamo quando, ma prima o poi la storia finirà».
Paice: «È probabile che questo sarà l’ultimo grande tour mondiale. Suoneremo nel maggior numero di posti e per il maggior numero di persone possibile. Ci vorranno due anni? Bene. Ce ne vorranno tre? Meglio ancora. Alla fine del tour andremo in vacanza e poi prenderemo la decisione finale. Potremmo decidere di smettere o di fare un altro disco o di suonare in grande tranquillità per quattro, cinque settimane l’anno successivo. Ecco perché non abbiamo detto esplicitamente che questo è l’ultimo tour: è una cosa molto dura da dire. E noi non vogliamo dirla, né ci piace l’idea di dire che questo è l’ultimo tour per poi tornare in concerto due anni dopo. Nessuno si vuole fermare, ma sappiamo che la fine si avvicina velocemente».

 

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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