Interviste

Amore e magia: Thurston Moore racconta “Rock n Roll Consciousness”

È cordiale, loquace, spiritoso. Thurston Moore non somiglia all’icona di Mr. Cool che tutti conoscono. Di passaggio per Milano, il chitarrista dei Sonic Youth racconta lo spirito di Rock n Roll Consciousness, l’album registrato con la band di The Best Day, ovvero il batterista Steve Shelley (Sonic Youth), la bassista Debbie Googe (My Bloody Valentine) e il chitarrista James Sedwards. Contiene cinque canzoni, un paio delle quali superano i 10 minuti di durata. «Volevo che la musica respirasse. Ho anche inciso una canzone di una dozzina di minuti intitolata Breath, ma nel disco non c’è».

C’è Exalted ed è un bel modo per aprire l’album.
«Il testo mistico-femminista l’ha scritto la mia ragazza Radieux Radio. La mia musica le ha suggerito questa cosa su una dea che è femminilità, potenza e bellezza che attraversa i tempi. Dev’essere l’influsso della vostra arte figurativa. Vengo in Italia ogni estate, mia cognata vive in Molise. Conosci quel modo di dire, no? Potrete pure prendervi il mondo, basta che mi lasciate l’Italia».

Nella canzone, questa figura di dea si confonde con l’idea della musica come mezzo per raggiungere un’altra dimensione…
«La musica ha il potere di mettermi in uno stato di trascendenza, di portarmi in un altro luogo. È il motivo per il quale cerco di suonare roba strana e affascinante. Mi piace sperimentare con il rock senza allontanarmi dalla tradizione».

Tradizione tipo?
«Tipo Jumpin’ Jack Flash. Da ragazzo la mia fantasia era trasferirmi su un altro pianeta e far sentire agli alieni Jumpin’ Jack Flash e Yesterday, facendogli credere che le avevo scritte io [ride]».

Nel pezzo fai, ehm, namedropping. Solo che non citi Taylor Swift o Kanye West, ma le Sibille. E insomma c’è questa idea di magia nel disco. È amore e magia. E ha un’energia positiva.
«Verissimo. Questo disco è un’investigazione di amore e magia [si appunta le parole]. Il potere è insito in un atteggiamento mentale positivo. Si chiama PME: positive mental energy. Ricordi Fight the Power dei Public Enemy? All’inizi non la capivo: perché mai dovremmo combattere il potere? Noi dovremmo essere il potere, inteso come desiderio di connessione e bellezza. Poi ho capito che per la destra potere significa controllo, denaro, gerarchia. La sinistra, invece, non desidera il potere, ma un’idea utopica di pace. Ecco perché vince sempre la destra, per la sua sete di potere. Così col tempo ho capito Fight the Power. Mentre lavoravo all’album mi chiedevo: come posso incidere un disco potente senza evocare l’avidità, i soldi, l’ego? L’ho fatto evocando la pace. È il motivo per cui l’ho chiamato Rock n Roll Consciousness».

Titolo interessante. È vero che ti è venuto mentre insegnavi a un programma estivo della Naropa University?
«Sì, è così. Negli studi sul buddismo continuavo a imbattermi nel concetto di coscienza, nella presenza di spiritualità nel mondo, nella relazione fra ciò che è fisico e ciò che è metafisico. La possibilità di meditare raggiungendo un luogo cosmico. Mi piaceva l’idea di coscienza, ma non m’interessava allinearmi a nessuna ideologia. Sono stato un ragazzo cattolico e ho rispetto per la fede delle persone, ma in quanto artista non posso sottoscrivere alcuna religione organizzata. Ho consacrato la mia vita a usare il rock’n’roll come voce per esprimermi, quindi sono interessato a una forma di coscienza rock’n’roll, come recita il titolo del disco. Forse è una specie di religione».

Nella tua musica, l’idea di trascendenza si salda col concetto di ripetizione. Non tutto la amano, ma la ripetizione in musica è come…
«È come un mantra. Prendi Like a Rolling Stone di Bob Dylan. È una delle canzoni più celebri degli anni ’60, giusto? È un mantra basato sulla ripetizione di una sola progressione, dall’inizio alla fine. Non cambia mai. Non c’è una sezione B dopo la A. Non c’è un vero ritornello. Organo, chitarra, batteria suonano un mantra. È uno dei grandi modelli a cui ispirarsi per fare musica trascendentale».

Quando componi questa musica segui un processo razionale oppure ti ci perdi?
«Mi ci perdo. Intanto per scrivere ho bisogno di essere solo con uno strumento. Solo allora comincio a perdermi fra le mie idee musicali, tanto che a un certo punto devo interrompermi per annotarle. Mi capita a volte di suonare qualcosa di interessante e di non documentarlo. Mi dico: non c’è problema, questa musica è incredibile, non la scorderò più… e il giorno dopo l’ho dimenticata. Perciò mi sono imposto di scrivere con un registratore a portata di mano. Ne uso uno a cassette».

A cassette?
«Sì, perché so che se schiaccio un certo bottone, la registrazione comincia. L’uso di dispositivi digitali inibisce l’ispirazione. Sono meccanismi freddi, non mi piacciono. Ho bisogno di vibrazioni, di fisicità. La cassetta è perfetta».

Una volta Keith Richards ha detto: quando suono io non penso, io sento.
«È proprio così. È il posto dove vuoi essere mentre suoni. Se va tutto bene, se non ci sono intoppi tecnici, è la perfezione. Diventi una sola cosa con la musica, è come raggiungere Dio. Ma non accade tutte le volte. Ho visto Nirvana e Butthole Surfers far saltare il tetto di un locale e portare la gente in un altro universo. Li ho rivisti una settimana dopo e i loro concerti erano piatti. Succede per vari motivi: piccoli infortuni, stati d’animo, ego».

E il pubblico?
«Importantissimo. Ci sono concerti in cui mi sento sicuro di me e comunicativo e altri in cui sono intimidito e non riesco nemmeno a parlare. Allora abbasso il capo, mi metto a suonare e il pubblico può godersi la vista di… un albero silenzioso [ride]. Perciò sappiatelo: non cerco di sembrare Mr. Cool, è che ho perso le parole».

Tornando all’album, mi piace l’interplay fra la tua chitarra e quella di James Sedwards.
«Anche lui ama la musica radicale e sovversiva, da Glenn Branca ai Sunn O))), ma ha uno stile più tradizionale del mio. Insegna chitarra e adora Jimmy Page. Comunque sia, quando l’ho incontrato non ne sapevo nulla. Per me era solo il tizio che viveva nello stesso palazzo della mia ragazza a Londra. Sentivo che suonava al di là del muro. Un giorno me lo sono ritrovato in cucina. Era scioccato, si chiedeva che cosa ci facesse lì un membro dei Sonic Youth. Lui avrà 40 anni, io vado per i 60, siamo comunque diventati amici. Quando abbiamo cominciato, suonavamo all’unisono, gli stessi accordi».

Gli hai mostrato le tue accordature?
«Sì, ma non era il modo giusto per sfruttare il suo talento. Quando abbiamo registrato The Best Day gli ho lasciato un paio di spazi solisti e mi sono reso conto di quanto era bravo. Mi sono detto: la prossima volta gli lascerò più spazio».

Ed è quello che hai fatto. Alcune parti dell’album sono basate sul contrasto interessante fra i vostri stili.
«Pensa che la prima traccia, Exalted, è tutta dal vivo, non ci sono overdub, è la prima take. Quasi tutte le tracce di chitarre che senti sono state registrare così. C’è solo un pezzo, credo, in cui James ha voluto rifare qualcosa perché era lievemente fuori tempo. Forse stato per me, l’avrei lasciato fuori posto… [ride] Vale anche per Steve Shelley. Magari per lui la take buona è la decima. Ma se riascolti le registrazioni è quasi sempre la prima perché senti che sta cercando di entrare nella canzone, di capirla, e quella vibrazione è impareggiabile. Amo le prime take proprio per questo: sembrano i primi passi di un bambino».

L’ultimo assolo di Aphrodite ha un bel timbro strano…
«La canzone era finita, ma al posto di suonare l’ultimo accordo ho continuato a strimpellare e gli altri mi sono venuti dietro pensando: ma che diavolo sta facendo? A quel punto è stato James a tirare fuori quel suono malato di chitarra. Fino al finale che chiude il pezzo con un suono mostruoso, tipo un dinosauro che schiaccia il terreno con una zampa. Bam!».

Il suono di Cusp è molto denso.
«Volevo avere una canzone che giocasse con l’idea dei Sonic Youth e dei My Bloody Valentine che suonano assieme. La magia è la batteria di Steve, minimale e marziale».

Porterai queste canzoni in Italia?
«Oh, assolutamente. Anzi, sai cosa dovremmo fare? Un tour della costiera amalfitana [ride]».

Questo disco rappresenta solo una parte della musica che suoni ogni anno.
«Passo dalla libera improvvisazione al noise elettronico al concerti acustici. È il tipo di musica che mi piace ascoltare in concerto. Non vado più a vedere i gruppi rock. Un po’ per la musica, un po’ perché mi è più difficile concentrarmi con la gente che si avvicina e mi dice [urla con tono da zotico]: hey man, che ci fai qui?».

Ci saranno mai nuove pubblicazioni dei Sonic Youth?
«Ci sono milioni di ore di registrazioni dal vivo e alcune sono ottime».

Vorresti pubblicare vecchi concerti?
«Non avrei problemi a farlo, purché si tratti di musica di valore. Negli anni ’90 e fino ai 2000 registrammo molti concerti e alcuni sono pazzeschi, sul palco senti cose che non accadono in sala d’incisione. Prima o poi ascolterò un po’ di quelle registrazioni, sarebbe interessante. Ogni tanto penso che sarebbe bello fare un cofanetto con i live migliori, ma per ora non è nei piani di nessuno di noi. Ricordo i concerti dei primi anni ’80, eravamo una band completamente diversa. È il periodo che preferisco dei Sonic Youth: non sapevamo suonare, ma suonavamo bene».

Un anno fa hai detto che in quel momento i Sonic Youth non esistevano. E oggi?
«I Sonic Youth esisteranno sempre. Ho la scritta “Sonic life” tatuata su un braccio. I Sonic Youth me li porterò nella tomba».

 

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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