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Americana, l’audio-film di Ray Davies

C’è la fascinazione esercitata sul ragazzetto di Muswell Hill dal’America dei cowboy, il grande mito contemplato dall’altra parte dell’Atlantico, orecchiato nei dischi delle sorelle maggiori. C’è l’America che tratta i Kinks come barbari proprio nel momento in cui la band potrebbe esplodere, in piena British Invasion. E c’è l’America infine conquistata e con grande successo. È tutto dentro Americana, l’album di Ray Davies ispirato all’omonimo libro autobiografico pubblicato nel 2013. Il più brit dei rocker anni ’60, quasi incarnazione dell’inglesità ai tempi dei Kinks, fresco d’investitura del titolo di Cavaliere scrive una lunga ode agli Stati Uniti, fra l’amore di chi contempla un paese bello e lontano e i dubbi di chi lo guarda da vicino. Ne esce un disco poetico e disincantato, tra folk e country-rock, con alcune ottime canzoni, qualche riempitivo e parti recitate. Un audio-film, così lo definisce l’autore.

Non è un’infatuazione passeggera. Ray Davies ha vissuto negli Stati Uniti in vari periodi a partire dagli anni ’80, prima a New York e poi a New Orleans, ed è un pezzo che rimugina su questi temi. Forse l’esperienza del musical basato sulle canzoni dei Kinks Sunny Afternoon ha in qualche modo ispirato la struttura del disco che pur non seguendo alcuna narrazione coerente ha un che di teatrale e letterario. Non a caso, il cantante medita di trasformarlo in una «big theatrical experience», parole sue. La musica s’adegua al tema. Al posto di chiamare un gruppo di session men, Davies sceglie di farsi accompagnare dai Jayhawks. Magari qua e là si rischia l’effetto-cartolina, ma nei momenti migliori il gruppo recita la parte degli Heartbreakers in salsa roots. Quando si tratta di evocare i giorni belli dei Kinks, ecco arrivare riff squadrati modello You Really Got Me e All Day and All of the Night. Anzi, all’inizio di The Man Upstairs Davies accenna il ritornello di quest’ultima, tanto per chiarire di cosa tratta il pezzo: camere d’hotel e litigi leggendari.

Americana non racconta una storia. È piuttosto un’immersione in un mondo. Inizia con la canzone che gli dà il titolo e con il sogno del piccolo Muswell Hillbilly di «trovare casa nelle terre dove vaga il bufalo». E intanto i Jayhawks ne avvolgono la voce con armonie West Coast e suoni dolciastri di chitarra steel. È un inizio promettente. In The Deal ecco il cantante immaginare una vita da sogno a Los Angeles, aspettando il contratto discografico che gli cambierà la vita. America significa anche capitalismo ed ecco inevitabile la stilettata alle forze brute del mercato che hanno commercializzato la vita degli americani, togliendo loro ogni residuo di poesia (Poetry). America significa anche viaggio. Quello descritto in Long Drive Home to Tarzana è una lunga strada verso un paradiso che non arriva mai.

I Jayhawks offrono un buon servizio e vestono le canzoni con i colori giusti tra folk, country e rock, ma raramente raggiungono quel livello d’eccellenza assoluta che avrebbe portato l’album a un altro livello. La loro tastierista Karen Grotberg duetta con Davies in Message from the Road: lui viaggia nel cuore dell’America e sente la mancanza della famiglia, lei lo immagina in mezzo a festini e groupie. Se The Mystery Room rievoca il dramma di New Orleans, quando un rapinatore sparò a una gamba del cantante che lo inseguiva, portando l’album in un luogo sospeso fra vita e morte, Silent Movie / Rock ‘n’ Roll Cowboys contiene un bel ricordo di Alex Chilton dei Big Star e racconta la vecchia generazione dei rocker come cowboy sul viale del tramonto. C’è un happy ending, più o meno. Dopo The Invaders, che rievoca i giorni in cui i Kinks furono banditi dagli Stati Uniti per quattro anni dalla American Federation of Musicians, arriva Wings of Fantasy, una specie di celebrazione delle fantasie, le stesse che il piccolo Davies aveva ai tempi in cui sognava di cowboy e belle ragazze.

C’è un passaggio di Rock ‘n’ roll Cowboys che recita: «Il tuo tempo è andato, ora tutti ti chiedono la tua versione della storia. Vivi in un sogno o nella realtà?». È il dilemma di molti rocker over 60. In Americana Ray Davies ricopre il ruolo del narratore del passato, del rocker riflessivo che superati i 70 anni d’età fa i conti con un pezzo della sua vita e persino con lo spirito di un intero continente. Impossibile chiedergli di inventarsi un nuovo stile, nuovi suoni, cose rivoluzionarie. In fondo, fa quello che gli riesce meglio: scrive musica dal carattere narrativo. «Le canzoni tradizionali hanno una struttura fatta di verso, ritornello e bridge», ama dire. «Le mie sono strutturate in tre atti».

 

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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