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Piacere, Feist

Qui il disclaimer ci sta: in questo disco non troverete la Feist di 1234 o Mushaboom. Non ci sono ritornelli facilmente cantabili, niente atmosfere giocose, nessun arrangiamento amabile. Registrato nel corso dello scorso inverno in modo crudo e disadorno, senza levigarne le piccole imperfezioni, Pleasure è un viaggio nella psiche dell’artista canadese. I testi scavano nel suo vissuto cercando di trovare un pizzico di verità sotto la superficie dei sentimenti, gli arrangiamenti scarni contribuiscono a stabilire un’atmosfera tesa e confessionale. Il titolo Pleasure, piacere, è un’auspicio per il futuro più che una descrizione dei sentimenti che esprime.

Non che manchi il rock. Pleasure, la canzone, e Century con un monologo in cui Jarvis Cocker ricordano certe cose di PJ Harvey, ma persino quell’iradiddio di Colin Stetson limita gli interventi degli strumenti a fiato in The Wind. Prodotto con i partner degli ultimi album Mocky e Renaud LeTang, Pleasure è il disco di una donna sola e tale isolamento è espresso attraverso gli arrangiamenti disadorni basati per lo più su voce e chitarra. Quando arriva un organo in Young Up o una chitarra blues in I’m Not Running Away si gioisce come viaggiatori che s’imbattono in un’oasi nel deserto. Ci sono vari momenti in cui si sente distintamente il fruscio di sottofondo come in un demo realizzato negli anni ’80 con un registratore a cassette – nel 2017 è una scelta, una posa casual. Forse per via della registrazione effettuata quasi dal vivo, si respira un’atmosfera di intimità e naturalezza. Ci sta. Il problema semmai è la mancanza di composizioni più forti e di qualche arrangiamento sorprendente in più.

Le canzoni sono state composte durante un periodo di depressione o comunque di tumulto interiore, da sapere Feist. Chi ascolta è chiamato ad essere spettatore della vulnerabilità dell’artista, un esercizio che molti adorano e molti altri odiano. Dopo l’introduttiva Pleasure, sul modo in cui la ricerca di piacere guida le nostre vite, arriva I Wish I Don’t Miss You, un pezzo dolente su una separazione tanto dolorosa da spingere la donna a dirsi «quasi certa che tu sia morto: come potrei mai vivere se tu fossi ancora vivo?». I testi a volte semplici sono amplificati dalle esecuzioni della cantante che alterna risentimento e romanticismo in Any Party, descrive gli alti e bassi della vita in Get Not High, Get Not Low, usa la voce come uno strumento in Young Up.

Quando, all’incirca a metà disco, pensate di avere capito chi è Leslie Feist, lei piazza una canzone titolata A Man Is Not His Song in cui, spalleggiata dai Choir! Choir! Choir!, misura la distanza fra l’artista e la sua opera. Curiosamente, alla fine del brano, si sente una radio in sottofondo che suona High Road dei Mastodon. Un uomo non è la sua canzone, ci dice Feist, e raramente un album è un diario. La cosa vale evidentemente anche per Pleasure, ma questa musica possiede comunque un potere catartico. Come quando nell’attacco di Young Up Feist riassume la fame di vita che sta alla base del disco, il desiderio di buttarsi nella mischia anche se l’esistenza è complicata e misteriosa. Suona come un monito: «Quando mi porteranno via, dirò che ero morta molti anni prima?».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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