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Un vuoto da riempire: intervista a Chris Cornell

L’ultima volta che ho visto Chris Cornell era dietro le quinte di un concerto degli Audioslave. Stava seduto per terra in un piccolo corridoio di passaggio. Le braccia appoggiate sulle ginocchia, gli occhi vitrei e il nulla disegnato sul volto, fissava il muro davanti a sé. La gente gli passava davanti come se non fosse esistito. Ovunque fosse la sua mente, di per certo non era lì.

Ora Cornell entra in una libreria milanese accolto dall’applauso della gente e mi pare un’altra persona. In sottofondo, gli altoparlanti diffondono le note di Carry On, il suo nuovo disco solista, il secondo della carriera. Duecento persone sono venute quaggiù – ragazzi con la t-shirt della Sub Pop, fan dei Soundgarden, ragazzine in estasi, padri di famiglia con figlioletto al seguito – per vedere il fenomeno da vicino. Cornell è qui per firmare autografi. Domani canterà all’Alcatraz, dopodomani pubblicherà Carry On, il giorno dopo sarà su un aeroplano per l’Indiana. Quattrocento occhi lo fissano e decine di flash illuminano la scena. Pare di stare allo zoo. Lui è immobile e inespressivo e imperturbabile. Non saluta, non si muove, non fa una piega. La scena ha un che di surreale.

Una volta finito il rituale delle fotografie, il cantante si presta a rispondere alle domande dei fan. Come compone? Si sente in grado di prendere l’eredità del suo amico Jeff Buckley? Perché ha inciso la cover di Billie Jean di Michael Jackson? Che fine hanno fatto gli Audioslave? Lui risponde in modo telegrafico. Ci sarà una reunion dei Soundgarden? «No». Gelo in sala. Domani sera farà anche le canzoni dei Temple of the Dog? «Sì». Applausi eccitati. È poi il momento degli autografi. I ragazzi salgono uno ad uno in processione ordinata. Lui firma sorvegliato da un’enorme guardia del corpo. È affabile e paziente, posa per altre fotografie, sorride. Eppure la sua gentilezza ha qualcosa di freddo e distante.

*

Emerso negli anni ’80 dalla fertile scena rock di Seattle, Chris Cornell ha rappresentato un prototipo di rock star del tutto speciale. È stato il protagonista della rivoluzione che ha mutato la figura del rocker nell’immaginario collettivo, strappandolo dalle mani dei mass media a caccia di cose glamorous, e ha al contempo incarnato con grande efficacia lo stereotipo del rocker macho e impossibile. Il suo volto hai i segni di un mistero seducente, ma David Arnold l’ha voluto nella colonna sonora dell’ultimo 007 perché è «un rocker con le palle, uno vecchio stile, uno come Robert Plant». Al contrario di Eddie Vedder, non credo che Cornell si sia mai vergognato delle foto a torso nudo, delle pose maschie, del fascino esercitato sul pubblico femminile. In una canzone dei Soundgarden attaccava con veemenza le pose da Cristo in croce dei rocker, salvo poi apparire nel relativo videoclip in quella stessa posa, bello come un Dio sceso dal monte sacro del rock. Cornell è una cosa e l’altra: né l’etichetta di rocker alternativo, né quella di rock star lo definiscono interamente. L’ambiguità, del resto, è il suo forte. È stato un musicista imberbe, poi l’officiante di un rito per pochi carbonari, quindi un artista emergente, infine una star. Ha attraversato fasi di grande successo e affrontato periodi bui, da tutti i punti di vista. Ha scritto canzoni di cui nemmeno lui conosceva a fondo il significato e che sono state legittimate da milioni di copie vendute. Il suo essere inafferrabile ha sempre fatto parte del suo fascino, è parte integrante del suo potere di seduzione in quanto artista.

Sono le cose che mi passano per la testa quando incontro Chris Cornell per un faccia a faccia. Ha gli occhi penetranti e lo sguardo fuggente. Ed è disponibile ad aprirsi, a spiegare che cosa si cela dietro quel fascino. Si porge come persona semplice. È un’impressione nata prima di tutto dall’ascolto di Carry On. L’esordio solista del 1999 Euphoria Morning era un modo per Cornell di dire: non sono solo il cantante dei Soundgarden, ho altri interessi musicali, mi piacciono Jeff Buckley e il soul, posso cantare una ballata acustica se voglio. Avrebbe potuto intitolarsi Another Side of Chris Cornell, quel disco: fu liberatorio, ma non rappresentava al 100% il cantante. Carry On, invece, è nel bene o nel male un ritratto a tutto tondo dell’artista nel 2007. Disco minore, musicalmente tanto variegato quanto ordinario, offre il ritratto di un uomo che sta cercando una volta per tutte di fare i conti con la vita che gli è toccata. Uno che al posto di indugiare sul lato oscuro del proprio carattere, e raccontare come suo solito il mondo visto dal fondo, decide di infondere nelle proprie canzoni uno spirito se non ottimista, perlomeno irrobustito da una dose di positività. Lo si capisce, ad esempio, da un nuovo pezzo intitolato Ghost, in cui Cornell racconta di avere cacciato il suo vecchio io e lo tratta come una persona estranea, una parte di sé oramai aliena: «Non vive più qui… e non voglio che torni». La domanda è: Carry On è il prodotto di un periodo positivo? «Lo è», risponde Chris. «Sono cambiate molte cose nella mia vita e oggi come oggi sono più rilassato e concentrato sulla mia  carriera. Direi che alcune canzoni sono evidentemente il prodotto di un periodo positivo, ma non per questo sono canzoni positive. Ci sono pezzi drammatici e altri che parlano di relazioni sentimentali complicate, ma credo si capisca che sono state scritte da un osservatore esterno, non dal protagonista di quelle storie. Da uno che ne è uscito».

Una delle canzoni più drammatiche dell’album è No Such Thing: lo è per il sound, che strizza l’occhio alla potenza elettrica dei Soundgarden, e per il testo pieno di immagini cupe. «Ho cercato di immaginare quel che passa per la testa di un attentatore suicida: può essere un palestinese, ma anche uno come lo studente che ha compiuto la strage alla Virgina Tech [dove il 16 aprile scorso il 23enne Seung-Hui Cho ha ucciso 32 persone indifese prima di togliersi la vita]. Capisco che una persona provi il desiderio di uccidersi. Tutti prima o poi pensano di farlo. Ma uccidere delle persone inermi, quella è un’altra cosa, quello proprio non lo accetto. E allora mi è venuto da pensare che farsi esplodere può essere un modo per riempire il vuoto che ognuno di noi si porta dentro. Nel caso di un terrorista suicida, per un attimo si crede potente e la sua esistenza assume un senso. Per la frazione di secondo in cui aziona il pulsante che fa esplodere la bomba crea una vita che è solo nella sua testa. Diventa importante, ma non lo è davvero: sta solo barando».

No Such Thing assume un risvolto universale – e personale, per il cantante – proprio nel punto in cui Cornell canta della necessità di «riempire il buco». Annuisce. «Come riempio il mio, di vuoto? Non lo so e penso che questo sia il problema. È nella natura umana: forse non ci sarebbe stata la civiltà come la conosciamo se l’uomo non avesse sentito l’urgenza di riempire quel vuoto. L’uomo non fa altro che preoccuparsi costantemente per qualcosa. E non credo che la natura umana sia fatta per placare questa scontentezza perenne. La religione risolve questo conflitto creando un aldilà dove possiamo finalmente placare le nostre ansie, un paradiso dove il vuoto sarà infine riempito. Placandoci».

*

Chris Cornell ha passato vent’anni a girare attorno a quel vuoto. Perciò, per uno che ha costruito parte del proprio successo esprimendo in modi piuttosto complicati l’incapacità di riempirlo, e che ha quasi rovinato la propria carriera colmandolo d’alcol, Carry On è uno strano passo avanti. Ai tempi dei Soundgarden, non avrebbe mai scritto né interpretato una canzone d’amore scontata come Arms Around Your Love (lui vede la sua ex avvinghiata a un altro), ma il Chris Cornell di oggi non è quello di allora. Il Chris Cornell di oggi non teme di scrivere e interpretare un brano intitolato Finally Forever, una spudorata dichiarazione d’amore alla moglie che stona coi toni psicotici e i suoni roboanti dei dischi dei Soundgarden. «I’m a family man», dice il cantante di sé. E anche questo è un modo per cercare di riempire quel vuoto.

Foto Chris Cuffaro

Dopo il divorzio dalla manager Susan Silver, finito malamente con una causa giudiziaria circa royalties che non sarebbero state pagate, Cornell ha cambiato vita. Si è trasferito a vivere a Parigi. Si è sposato alla PR di origine greca Vicky Karayiannis e ha avuto due figli, Toni e Christopher, oltre alla figlia che gli ha dato la Silver. Col fratello della moglie, Nicholas, gestisce un ristorante non lontano dagli Champs-Elysées chiamato Black Calavados: la pagina web del locale – orrore – si apre con le note di Black Hole Sun. L’anno scorso Cornell si è prestato a fare il modello per la collezione primavera-estate dello stilista John Varvatos. Le fotografie della campagna pubblicitaria, scattate a New York, ritraggono il cantante perfettamente a suo agio in pantaloni gessati e spolverino bianco. E anche l’inclusione di You Know My Name nella colonna sonora di Agente 007 Casino Royale è un’operazione più commerciale che artistica. Per un musicista nato nel grembo dell’ultima rivoluzione rock, il cui sottinteso era che la musica non andava usata per vendere beni di consumo, è una svolta. Il punto è che Cornell non sembra prezioso riguardo la sua identità artistica quanto ad esempio i suoi amici Pearl Jam, solitamente più cauti nelle scelte che riguardano la musica e la carriera. «Se inizi ad attribuire troppa importanza a un disco, se ci lavori su per anni e anni, finisci per censurare la tua voglia di sperimentare, di cambiare personalità artistica. E invece la cosa migliore è restare fedeli all’ispirazione originale senza girarci troppo attorno, anche se farlo significa offrire di sé un’immagine diversa da quella amata dal pubblico. Mi piace avvicinarmi al fuoco, fare cose pericolose per la mia carriera».

Di certo oggi Cornell non è più interessato a vestire i panni dell’icona alternativa. Oggi è un 43enne che non teme di cantare, come fa in Killing Birds, la futilità della ribellione. «C’è un passo che dice: ho passato la gioventù abbattendo i muri che mio padre aveva costruito, ora mi ritrovo senza casa. Che cos’è la ribellione? A cosa porta? Nel mondo del rock il ruolo dei musicisti più giovani è rappresentare la ribellione e distruggere lo status quo. Quando è stato il nostro turno di farlo coi Soundgarden, abbiamo fatto un ottimo lavoro [sorride compiaciuto]. Ma poi ti trasformi inevitabilmente nello status quo: finisce per essere quello che volevi distruggere. La ribellione è futile. È il normale ciclo della vita ed è curioso che non te ne accorga quando hai 19 anni: è una cosa talmente ovvia…».

Alla trasformazione artistica del cantante se n’è accompagnata una personale. Per dirla con le parole di un brano di Carry On, «è un miracolo che sia sopravvissuto tanto a lungo». Chris mi confessa che già ai tempi dei Soundgarden «il solo fatto di essere nel gruppo mi distruggeva. Quando cominciammo, poi, avevo i nervi a pezzi. Avevamo lavorato duramente e per anni per mettere insieme quelle canzoni: se la gente non le avesse recepite positivamente sarebbe finita lì. Non ho mai festeggiato l’uscita del primo disco, mai. Non sono mai stato felice. Non riuscivo a godermela, ero costantemente preoccupato per il disco successivo. Quel che allora non sapevo è che avrei provato quelle cose per i successivi dieci anni. C’è voluto Superunknown a rendermi più rilassato: con quell’album provammo che potevamo fare quel che volevamo dal punto di vista musicale, che valevano qualcosa, che il nostro successo non aveva a che fare con l’essere un gruppo di Seattle. Solo da quel momento in poi ho cercato coscientemente di migliorarmi come autore, come cantante e come produttore. E ancora lo faccio. Al tempo stesso, fu proprio a partire dal tour di Superunknown che cominciai a bere in modo eccessivo. Sul palco diventai una persona diversa. Facevamo concerti mediocri perché la sera prima avevamo fatto le ore piccole e ci eravamo sconvolti: quasi rovinammo la reputazione della band. Eravamo un’accozzaglia di tipi strani, sai. E forse è questo il motivo per il quale facevamo quel tipo di musica».

Dopo lo scioglimento del quartetto il cantante cadde in depressione. E durante il tour di Euphoria Morning continuò a bere. «Smisi di mangiare e dimagrii vistosamente. Non capii che cosa mi stava accadendo finché non lessi un articolo sull’anoressia». Dopo il primo album solista, com’è noto, Cornell si unì ai tre quarti dei Rage Against The Machine nel supergruppo degli Audioslave. L’unione tra i quattro fu cementata anche dalle circostanze in cui il primo album venne scritto, inciso e prodotto. Cornell non se la passava granché e, visto col senno di poi, il progetto Audioslave gli fu d’aiuto. «Ero in una clinica di disintossicazione quando, nel 2002, iniziò la promozione per il primo album del gruppo. Ricordo il video di Cochise: mi prelevarono dalla clinica e mi portarono direttamente su quella piattaforma a mimare la canzone. Ero… spaesato». Ora le droghe sono bandite dal backstage di Cornell. Qualche drink è ammesso. «Capita che porti i miei figli in tournée con me» spiega «e lo stile di vita rock’n’roll non sarebbe il massimo per loro. E cantare completamente sobrio è un’altra cosa: ti senti davvero connesso con l’emozione espressa dalla musica».

È un processo iniziato ai tempi degli Audioslave. Per cinque anni Cornell da una parte e Tom Morello, Brad Wilk e Tim Commerford dall’altra hanno cercato un equilibrio non solo artistico e al contempo politico. Dopo tre dischi, però, le divergenze sulle scelte politico-manageriali e la volontà di Cornell di fare qualcosa di diverso – un desiderio, fa capire il cantante, non condiviso dagli altri musicisti – hanno provocato lo scioglimento del quartetto. «Dopo tre album dovevamo fare qualcosa di diverso, com’era successo coi Soundgarden che con Badmotorfinger e Superunknown hanno fatto un salto di qualità». Tornato ad essere artista solista, Cornell ha riacquistato fiducia in sé e la voglia di esprimersi pienamente e ha scritto e registrato Carry On molto velocemente con la supervisione di Steve Lillywhite, noto per le produzioni anni ’80 degli U2. «I problemi con gli Audioslave non si risolvevano: era frustrante, era chiaro che dovevamo prenderci una pausa. Solo in un secondo momento ho capito che quello di cui avevo bisogno non era una pausa, era una carriera solista. Ora sono nella posizione di esprimermi più liberamente».

Si finisce parlando della sera precedente. Gli dico che vederlo fotografato come un animale allo zoo mi ha fatto un certo effetto. Gli spiego quella sensazione di distanza. «Anche ai tempi dei Soundgarden» risponde «facevamo apparizioni nei negozi di dischi come quella di ieri sera. Ed era strano. Eravamo all’inizio della carriera e non sapevamo come comportarci. Il pubblico rock era abituato a gente come i Bon Jovi, musicisti divertenti e apparentemente felici di fare promozione. Erano bravi in quel genere di cosa. Noi no. Noi Soundgarden eravamo pessimi. Ci sforzavamo d’essere carini, ma tutto quel che ci riusciva era stare chini sul tavolo, firmare gli autografi, fare scena muta». Ride. E aggiunge che le cose sono cambiate, adesso. «Perché sono cambiato io: adesso mi piacciono le cose strane e firmare autografi in una libreria per un musicista rock lo è. E poi sono più rilassato. Ai tempi dei Soundgarden ero costantemente nervoso. Il punto è che non mi ero ancora abituato a questo stile di vita, che ti sballotta da una città all’altra. Fai un concerto di due ore e mezzo, dormi poco e male, la mattina prendi un aereo che ti porta alla città successiva, fai qualche intervista, vai in una radio e suoni le tue canzoni dal vivo senza sapere che suono avranno, senti la gente parlare della tua vita personale, poi la sera fai un altro concerto e inizia tutto daccapo. È pazzia. L’unica parte normale è quella dei concerti: sul palco mi sono sempre sentito a mio agio. Ma tutte le altre cose, a quelle ci ho messo anni ad abituarmici».

*

La sera, Chris sale sul palco con la sicurezza di uno che ha scritto pagine decisive nella storia del rock anni ’90 e con una grande comunicativa stupefacente. Ricordo altri concerti: Cornell era immusonito, teso, quasi contrariato. Stasera non è solo rilassato, ma continua a incitare il pubblico, lo coinvolge, si diverte. Mostra gli striscioni preparati da quelle delle prime file. Chiede (inutilmente) alla moglie di farsi vedere sul palco. Sorride. E tira fuori i pezzi forti del suo repertorio cosicché lo show diventa una sorta di greatest hits della carriera. Il quartetto che lo accompagna (i chitarristi Yogi Lonich e Peter Thorn, il batterista Jason Sutter e il bassista Corey McCormick) sopperisce alla mancanza di originalità con la bravura nel replicare gli stili delle band in cui Cornell ha militato. Nonostante l’effetto cover band, la carrellata dei vecchi successi funziona. Il fatto che dal vivo Cornell oggi proponga pezzi dei Soundgarden (Spoonman, Outshined, l’immancabile Black Hole Sun), degli Audioslave (Cochise, Like a Stone), dei Temple of the Dog (Hunger Strike, Say Hello 2 Heaven) e chicche da solista (Seasons, dalla colonna sonora di Singles) non è solo una funzione del fatto che il nuovo album non è ancora uscito, che i pezzi di Carry On sono modesti, che le vecchie canzoni sono sue (o anche sue). È che nel 2007 Cornell festeggia il ventennale di artista – il primo ep dei Soundgarden uscì infatti nel 1987 – e oggi, forse oggi per la prima volta nella sua vita, può rileggere la propria vicenda artistica con consapevolezza e ricavandone una sensazione di arricchimento. Finalmente può essere se stesso.

Stasera Chris vince anche la grande scommessa della voce: canta meglio di ogni altro suo concerto italiano degli ultimi dieci anni, sfodera tutto il suo charme interpretativo, rende onore a canzoni scritte quando la sia voce aveva ben altra potenza ed estensione. Il pubblico è in visibilio. «Come cantante sento di poter fare quello che voglio», mi aveva detto qualche ora prima, ribattendo alla mia affermazione sul deteriorarsi delle sue doti di vocalist. Vent’anni fa pareva l’erede di Robert Plant, ora sembra uno shouter rock alla John Fogerty. Per questo motivo, e con tutti i suoi difetti, Carry On è un disco più adatto alla voce di Cornell dei tre degli Audioslave: non lo obbliga a cercare continuamente una potenza perduta e permette di godere delle sfumature del canto. «È uno dei vantaggi dell’essere solista: mi ha permesso di scrivere pezzi più melodici e di mettere in risalto i testi. Che è poi quel che è successo con Billie Jean di Michael Jackson: sceglierla è stato un gesto volutamente irrazionale – sono interessato ai contrasti – ma alla fine tutti mi hanno detto di avere rivalutato la canzone perché la mia versione permetteva di ascoltare il testo. Era successa la stessa cosa quando Johnny Cash aveva interpretato Rusty Cage dei Soundgarden: tutti i chiamarmi per dirmi che finalmente erano riusciti ad apprezzare le parole. Ma lasciamelo dire: posso cantare tutto quel che voglio. Non credo di peccare di presunzione dicendolo». Non era più facile cantare ai tempi dei Soundgarden? «No, credimi, era più difficile. Perché mi sforzavo a cercare la voce giusta per ogni canzone. La svolta è arrivata con Black Hole Sun: sapevo come volevo cantarla e per la prima volta ho trovato dentro di me la voce giusta in modo piuttosto facile. Ed è vero che con gli Audioslave usavo solo una parte delle possibilità della mia voce. Nel mondo della musica rock, possono affrontare con padronanza qualunque stile».

In una delle canzoni più celebri dei Soundgarden, Chris Cornell cantava «I’m looking California and feeling Minnesota», ho l’aspetto della California, ma mi sento come il Minnesota. Non era una boutade: era una condizione esistenziale di desolazione interiore. «Non so ora se mi sento come la California», mi aveva detto nel pomeriggio, «so però che vivo un momento speciale della mia esistenza. Mi ritengo fortunato. E voglio andare fuori, suonare. Non m’interessa il lato glamourous della vita di un cantante rock: sono un musicista e quel che un musicista fa è suonare sera dopo sera dopo sera dopo sera». Mentre sorride ai ragazzi delle prime file, è chiaro che Chris Cornell potrà anche avere smarrito parte del suo fascino di autore, ma come performer è giunto in un luogo invidiabile.

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