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Roger Waters, l’amore al tempo dei droni

Dov’è il terrore, dove l’angoscia, dove la paura? Roger Waters ci ha abituati a un cupo teatro sonoro degli orrori, una rappresentazione dai colori vividi delle conseguenze delle forze brutali azionate dall’avidità dall’uomo. The Final Cut, un disco solista in tutto tranne che nel nome, era un requiem per la morte del sogno del secondo dopoguerra cantato con un’intensità che evocava la follia. Il sogno a sfondo sessuale di The Pros and Cons of Hitch Hiking assumeva qua e là toni da incubo. Amused to Death osservava l’autodistruzione della specie umana attraverso la lente deformata dei mass media, bombardando l’ascoltatore con una serie di vignette spaventose. Il nuovo album Is This the Life We Really Want?, che arriva un quarto di secolo dopo il precedente, mostra un artista lievemente diverso. Waters descrive l’apocalisse in cui viviamo con la consueta logica manichea, da una parte la povera gente e dall’altra lo spietato complesso industriale-militare-politico, eppure usa toni meno brutali del solito e offre un finale inatteso. Questa volta non ci vuole spaventare. Vuole farci provare sentimenti come compassione e senso di colpa.

E poi, dove sono gli assoli? Fino a ieri, i chitarristi sembravano i partner naturali di Waters. Le performance di musicisti dalla forte personalità come David Gilmour, Eric Clapton e Jeff Beck rappresentavano il controcanto efficace all’espressività vivida del bassista e cantante. Il partner, oggi, non è più un chitarrista (anche se qui ce ne sono vari, tra cui Jonathan Wilson), ma un produttore. Nigel Godrich, molti anni passati al fianco dei Radiohead, ha una conoscenza enciclopedica dei Pink Floyd, ha trasportato il mondo di Waters in un dimensione sonora più attuale, si è fatto carico degli arrangiamenti basati sugli strumenti a tastiera, ha architettato gli effetti sonori che da sempre accompagnano i concept del musicista inglese. Ha suonato tastiere e chitarra e con Waters ha assemblato una band che comprende Gus Seyffert (basso, chitarra, tastiere), Jonathan Wilson (chitarra, tastiere), Joey Waronker (batteria), Roger Manning (tastiere), Lee Pardini (tastiere) e le Lucius, ovvero Holly Proctor e Jess Wolfe ai cori.

Roger Waters non abbandona il suo stile peculiare, quel suo recitar-cantando attorno a cui si muove un mondo di effetti e dal quale si staccano ora urla accorate, ora brevi linee melodiche. Anzi, cerca una sintesi fra l’espressività cruda dei dischi solisti e la musicalità dei classici The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall – usa il repertorio passato come un tempo usava Gilmour, ovvero come elemento che bilancia la sua innata tendenza alla verbosità. Manca giusto una cosa: l’imprevedibilità. Capolavori o orrori, brillanti o mediocri, i dischi di Roger Waters hanno sempre avuto una caratteristica: sfidare l’ascoltatore. Per essere un disco che vuole darci una scossa svegliandoci dal torpore dell’indifferenza, Is This the Life We Really Want? è stranamente rassicurante.

«Silence, difference: the ultimate crime», recita un passaggio dell’ultima canzone. La frase riassume efficacemente lo spirito, quasi la missione dell’album. Nato dall’omonimo radiodramma, Is This the Life We Really Want? è un concept tenuto assieme alcuni temi ricorrenti: è un disco in cui i banchieri ingrassano, gli speculatori spianano le case, i militari schiacciano bottoni che annientano vite innocenti dall’altra parte del mondo e noialtri assistiamo in silenzio a tutto questo scempio. In un mondo che somiglia sempre di più a un enigma indecifrabile, in cui è sempre più difficile distinguere “buoni” e “cattivi” e i problemi esigono soluzioni complesse, Roger Waters scrive un disco in cui tutto è chiaro – da una parte ci sono i carnefici, dall’altra le vittime – e lo racchiude in una copertina che cita le opere di Emilio Isgrò, la cancellatura non come censura, ma come atto creativo che rivela significati altrimenti nascosti.

Is This the Life We Really Want? mantiene alta la tensione e rassicura circa la creatività del bassista che nell’ultimo quarto di secolo ha pubblicato composizioni per lo più modeste come Leaving Beirut o To Kill the Child. I momenti migliori non sono quelli in cui appaiono timbri, melodie, armonie e testi famigliari, non quelli in cui indovini lo sviluppo del pezzo o sai dire come suonerà una certa frase già usata in passato. Le cose migliori sono le ballate per chitarra acustica, pianoforte e archi, un po’ Mother dei Pink Floyd, un po’ Perfect Sense del bassista da solista e un po’ (sarà la suggestione dettata dalla presenza di Godrich) Sea Change di Beck.

La novità arriva verso il fondo. Se The Final Cut si chiudeva con un olocausto nucleare e Amused to Death con l’autodistruzione della razza umana, Is This the Life We Really Want? finisce con una lunga canzone d’amore pianistica divisa in tre parti: il protagonista che aspetta con trepidazione la sua amata (Wait for Her, rielaborazione di una poesia del palestinese Mahmoud Darwish), un frammento di raccordo (Oceans Apart), il finale in cui l’uomo dice addio al vecchio sé, rigenerato dall’amore (Part of Me Died). E questa sì che è una novità: non si era mai sentito un Roger Waters cantare d’amore con tanta delicatezza, sensibilità, persino fragilità. L’amore redime e rende migliori, dice Is This the Life We Really Want?. Se solo fosse così semplice.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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