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La grande illusione dei Red Hot Chili Peppers

Fra me e il palco ci sono 20 mila persone che producono un boato mostruoso non appena Flea attacca il riff di basso di Around the World. Lo sento, ma non lo vedo. Il terreno dell’Ippodromo del Galoppo di Milano è irregolare e alcuni avvallamenti impediscono a centinaia di persone di vedere i musicisti che s’agitano sul palco. Siamo in 35 mila, stasera (dato Live Nation), è sold out per i Red Hot Chili Peppers. Ci vengono in soccorso cinque schermi tondi sul fondo del palco e altri due al fianco che mostrano che cosa sta accadendo. L’inizio è folgorante, la parte centrale un po’ più “seduta”, il finale prevedibile. Non è come un concerto di quelli da ricordare, un po’ per il carattere discontinuo della performance, un po’ per la durata (poco più di un’ora e mezza), un po’ per il repertorio. Ma a Milano i Red Hot hanno dimostrato che il rock vecchio stile, quello suonato da basso-chitarra-batteria, non è morto anche se a tenerlo in vita sono musicisti di 50 e passa anni.

Si muovono come ossessi, i Red Hot. Flea con la sua faccia da pazzo e Anthony Kiedis che è un po’ Iggy Pop e un po’ pornostar anni ’70. I Red Hot Chili Peppers erano sesso ostentato e volgarità. Erano vitalità dopata e malinconia tossica. Oggi, a metà strada fra i 50 e i 60 anni di età (tranne il chitarrista Josh Klinghoffer, classe 1979), coltivano con talento, ma non sempre con convinzione l’eco del fervore giovanile, il bellissimo scheletro funk-rock che ha reso celebre la band e una buona dose di cazzonaggine. E suonano. Quando si spendono suonano, eccome. Anzi, fra una canzone e l’altra piazzano piccole jam strumentali basate ora sull’asse basso-batteria, ora su quello basso-chitarra. Le canzoni sono tenute assieme dalla sezione ritmica, Chad Smith ha un tocco potente che tiene su il tutto, Flea è uno degli ultimi bassisti rock con una sua personalità, Klinghoffer cava timbri anni ’70 e back-up chitarristici eccitanti. Se c’è un punto debole nella formazione è Kiedis, non sempre a fuoco, non sempre calato nella musica, a volte stonato.

Dell’epica d’amore e dolore di The Gateway resta poco. Sì, ci sono alcune canzoni, ma non quel mood malinconico che lo attraversava. Dopo Dark Necessities Flea intona per pochi secondo una specie di aria di operetta formata da due sole parole: «Grazie motherfuckers», letteralmente. Peccato che per una Suck My Kiss divertente ci sia una Hey un po’ molle e pure la cover di Fire, specialità della casa, è sfilacciata. Intanto, verso il fondo dell’Ippodromo, là dove il palco lo si intravede con lo zoom dell’iPhone 7, la gente fuma, controlla WhatsApp, scatta selfie, parlotta e ogni tanto alza la testa per cantare un «ohhh yeah» o filmare gli schermi che riprendono la band suonare Californication. Ancora più indietro, verso le casse del bar, la gente sembra divertirsi di più ballndoa con la birra in mano e in corpo.

La scaletta è piuttosto diversa da quella del concerto di Roma di giovedì sera, ma si chiude allo stesso modo con i bis Goodbye Angels e la classicissima Give It Away, un po’ meno carnale, un po’ più hard. Dal rock classico i Red Hot prendono persone l’idea sconsunta del solo di batteria, all’inizio dei bis. Si finisce con Kiedis a petto nudo, Flea che ringrazia, Klinghoffer che indugia col feedback e Smith che prende il microfono per un «arrivederci» in italiano. Nell’arco di 90 minuti, i Red Hot Chili Peppers hanno messo in scena la grande illusione tipica del rock, la stessa in cui sono specializzati i Rolling Stones: dare l’idea che essere senza età e che questa musica, con i suoi riferimenti a George Clinton e a Jimi Hendrix, al funk e all’hardcore possa vivere per sempre. È una bellissima illusione, ma non sempre i Red Hot Chili Peppers riescono a farci credere che sia vera.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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