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Valerie got soul

Gli altoparlanti trasmettono la voce di Jack Kerouac che recita gli American Haikus. La voce dello scrittore e i sassofoni di Al Cohn e Zoot Sims vengono spazzati via dal suono della batteria di Ryan Sawyer. Sul palco salgono anche gli altri musicisti e il colpo d’occhio è spiazzante. Il batterista e il bassista Matt Marinelli hanno camicie bianche e lunghissime barbe nere. Il chitarrista Andy MacLeod ha l’aspetto del tizio che al bar ti può spaccare un bicchiere in testa. Il tastierista Dave Sherman ha l’aria un po’ nerd. E poi c’è lei, Valerie June, una Medusa cresciuta nel Tennessee al suo primo concerto a Milano, dopo quello da supporto al John Butler Trio tre anni fa.

Lei è stranissima. È sexy, ma si muove in modo infantile. Danza in modo astruso, ma dà l’impressione d’essere cosciente del suo ascendente. Ora sembra una bambinetta, ora una vecchia saggia. Ha una voce nasale, acuta, stridula, senza età, che vale più per il colore inusuale che per la duttilità. La usa in tutta la sua potenza quando la band la lascia sola sul palco per qualche canzone, la mischia a quella di MacLeod per raccontare che cosa significa vivere nel Tennessee Time. I suoi blues sanno d’Africa, con o senza il banjo (e il banjo ukulele) che imbraccia alternando alla chitarra. Il pop affonda le radici nella storia d’America. Il suo country ha il soul. Non tutte le esecuzioni escono bene e quella di Astral Plane, il pezzo scelto per lanciare l’ultimo album The Order of Time, non evoca le vibrazioni dell’originale, ma poco importa. Tutto torna quando il gruppo si lancia nella cavalcata di Workin’ Woman Blues o nel ritmo di Shakedown.

A fine concerto Valerie June sembra felice. Nei bis racconta del suo matrimonio a Milano, quando aveva appena 19 anni – lui e il chitarrista Michael Joyner suonarono in Piazza Duomo per farsi notare e reclutare due testimoni. Vivendo a New York, dice, le piace musica d’ogni tipo: punk-rock, blues, soul, country, qualunque cosa. Ed è proprio questo senso di mancanza di confini, di abbandono a un’identità sfaccettata che uno si porta a casa da un concerto di Valerie June. «I could play you the blues to help carry the load while you’re paying your dues, but I got soul, I got sweet, soul, soul», canta nel festoso finale quando la musica si trasforma in una chiassosa celebrazione. «Poi il matrimonio poi è andato… pfff», dice lei. «Ma ora vorrei tornare in Piazza del Duomo per produrre nuovi ricordi. Perché è quello che stiamo facendo anche qui, no? Produciamo ricordi».

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