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Nicole Atkins dice addio a Rhonda Lee

Siamo a bordo di un aereo, di notte. Mentre un riff di cinque note riempie l’aria, puoi quasi vedere la ragazza che poggia il capo contro il finestrino, fissa il buio, rimugina su una storia andata male. È il tipo di situazione che Nicole Atkins sa descrivere. Il suo crooning è morbido e assieme intenso. Conta gli anni della sua relazione e ad ogni numero è un sussulto: «Nine years ago was just like yesterday», «Seven years ago you told me you had plans to go», «Three years ago felt like a lifetime». Se non fossimo su un aereo, saremmo appoggiati al bancone di un bar con un bicchiere in mano oppure in qualche disco di Frank Sinatra del periodo Capitol, o entrambe le cose.

Scritta con Jim Sclavunos dei Bad Seeds, A Night of Serious Drinking mette lo scrittore René Daumal con Lee Hazlewood su un aereo a 10.000 metri d’altezza piedi, a farsi un goccino. È una delle canzoni migliori del quarto album di Nicole Atkins Goodnight Rhonda Lee, un fantastico saliscendi emotivo basato su stati d’animo che vanno dal dolore alla gioia. Nato da un periodo di transizione – come scrive nelle note di copertina il cantante degli Old 97’s Rhett Miller, le canzoni sono apparse come piccoli lampi di creatività terapeutica – il disco è un viaggio che va da un eccesso di preoccupazione e dall’inazione alla passione e alla conquista di un nuovo sé. Le influenze sono palesi. Atkins ha assemblato una playlist di Spotify che offre parecchi indizi: Candi Stanton, Dusty Springfield, Frank Sinatra, Roy Orbison, Harry Nilsson, la nostra Mina. Soul, crooning e rock. Eppure il disco, prodotto con il team Niles City Sound che si è occupato dell’esordio di Leon Bridges, è personale e pieno di passione ed energia. Dimostra che si può sfruttare l’estetica old school senza suonare retromaniaci. È il disco di Nicole di più facile ascolto.

Goodnight Rhonda Lee è stato registrato live su nastro. È il sound di un gruppo di musicisti, compresi fiati e archi, che si divertono a suonare assieme in una stanza. Puoi quasi percepire l’aria attorno al suono degli strumenti. Da sempre performer di talento e versatile, Nicole Atkins è autorevole nella funkeggiante Darkness Falls So Quiet e nella ballad Colors, una confessione quasi irreale per pianoforte, voce e archi. Scritta con Chris Isaak e già sentita nell’ultima puntata della serie tv di Cameron Crowe Roadies, A Little Crazy evoca Roy Orbison attraverso una melodia enorme, il suono dolceamaro di una steel guitar e un testo vecchio stile. Goodnight Rhonda Lee, una ballata che per qualche motivo riesco a immaginare cantata da Bruce Springsteen nel 1979, si riferisce all’alter ego alcolista di cui Nicole si sbarazza. Non lo fa in maniera rude. Anzi, canta il suo addio con un meraviglioso tono empatico. Il video che accompagna Listen Up è divertente – Nicole ha doti comiche – ma può essere distraente. Quando la si sente all’interno dell’album, la canzone mostra finalmente una vasta gamma di emozioni, dall’autocommiserazione alla rabbia alla speranza.

Ora siamo sul Jersey Shore e camminiamo fra edifici malridotti. I Love Living Here (Even When I Don’t) suona un po’ come il sequel di Neptune City, l’inno alla bellezza sbiadita della città in cui è cresciuta Atkins. Dieci anni dopo, si è trasferita a Nashville, ma di tanto e in tanto torna a casa e la canzone descrive uno dei quei momenti. I fiati suonano un riff che non sarebbe fuori luogo in un disco di Van Morrison e ogni cosa sembra muoversi al ralenti. Viene da trattenere il respiro nel momento stesso in cui Nicole comincia a cantare. Entra in un bar nella sua piccola città malconcia e si guarda attorno. «Nessuno ti conosce veramente», pensa, «conoscono solo il personaggio che reciti». In gioco c’è la stessa tensione che stava alla base di Neptune City. La cantante vorrebbe ridurre in cenere la città, eppure non può fare a meno di amarne «i palazzi fatiscenti sul lungomare». Nicole Atkins sa scrivere e cantare canzoni d’amore dedicate a luoghi. Anzi, sa cantare un po’ di tutto: la gamma di emozioni espresse in questi 11 brani è impressionante.

A Dream Without Pain è un finale edificante per un album che inizia con un momento di spudorata vulnerabilità come A Little Crazy. Il suono di una chitarra evoca uno stato onirico. La voce di Nicole è stranamente bassa nel mix e perciò si fatica a capire quel che canta. Quando lo comprendi – dice: «Mi sono svegliata da un incubo ritrovandomi in un sogno» – ti rendi conto che il dolore, l’autocommiserazione e il senso paralizzante di preoccupazione stanno lentamente dissolvendosi. Mentre il riff di chitarra ritorna più e più volte come un mantra psichedelico, per la prima volta in 40 minuti ti senti totalmente al sicuro. L’arco narrativo di Goodnight Rhonda Lee va dall’oscurità alla luce. Non è la prima volta per Nicole Atkins. Il suo debutto si chiudeva con The Party’s Over che in retrospettiva suona come un altro modo di dare la buonanotte a Rhonda Lee dopo una notte di eccessi: «Cara, è quasi mattina / È l’ultimo avvertimento / Usciamo finché siamo in tempo». Above as Below, la traccia conclusiva del terzo album Slow Phaser, era un altro approdo sicuro dopo un viaggio travagliato. Forse la felicità è uno stato d’animo temporaneo, ma ogni volta che Nicole Atkins ci ricorda che i cambiamenti non si realizzano con facilità, ecco che avviene una magia.

 

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