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Aldous Harding scombussola il folk

È il più banale dei versi: «If there is a party, will you wait for me?». Lo dice la liceale innamorata, lo dice la ragazzina alle prese con i primi turbamenti amorosi. Lo canta Aldous Harding nel brano che dà il titolo al suo nuovo album, accompagnandosi con una chitarra con le corde di nylon elettrificata. Lo fa con un misto d’intensità malata e di candore infantile – altrove, nella stessa canzone, afferma di sentirsi come una dodicenne. È il modo in cui la cantante neozelandese piega le parole, la maniera in cui accentua il carattere nasale della voce, la capacità di trasformare quel «me» in fondo alla frase in un suono penetrante e disperato che riempie di turbamento una canzone acustica dai toni altrimenti moderati e quieti, dove si mischiano innocenza e carnalità, sesso e morte. Aldous Harding ha il potere di rendere la canzone folk di nuovo perturbante.

Mai avrei immaginato questa evoluzione ascoltando il primo, omonimo album della cantante uscito nel 2015. A 25 anni d’età Aldous, nome d’arte di Hannah Harding, sembrava destinata a ripetere cliché già conosciuti in campo folk. Piena di talento e promettente, con buon gusto per gli arrangiamenti, ma non sconvolgente. E invece il nuovo album Party possiede un tipo di intensità che è cosa rara nella musica oggigiorno. Quel ritornello, «If there is a party, will you wait for me?», è stata la chiave di volta, un momento di rivelazione grazie al quale Harding ha scoperto un modo di cantare più estremo, magari anche fastidioso per le orecchie di qualcuno. Si è liberata. Lo si capisce dal primo brano diffuso fra quelli dell’album, lo straordinario Horizon. Mentre un pianoforte batte accordi funebri, come una consumata teatrante Harding mostra un bivio al suo amante, o forse a una persona che ancora non ha incontrato o forse a sé stessa: da una parte la vita con lei e dall’altra la vita senza di lei. La si potrebbe intendere anche come una metafora: da una parte l’esistenza rassicurante che conosciamo, dall’altra l’arte come scelta totalizzante. È una canzone di rara intensità, può infastidire o farti innamorare del suo carattere radicale. È il pezzo in cui Harding usa in modo più plateale la nuova voce che ha trovato.

Horizon fa pensare istintivamente a Kate Bush, a quel tipo di cantante. L’album è stato registrato a Bristol con John Parish, celebre soprattutto per il lavoro svolto con PJ Harvey. Non sta portando grande fama alla neozelandese, nonostante i sogni di gloria espressi in Living the Classics, ma segnala la crescita esponenziale dell’artista. Blend funziona bene come introduzione, ma non sono sicuro che il video spiazzante diffuso di recente sia il migliore punto d’accesso per entrare nel mondo di Harding. Meglio l’intreccio di pianoforte e chitarra acustica di Imagining My Man, che mostra la versatilità interpretativa della cantante, capace di usare la voce come uno strumento. In I’m So Sorry, una canzone sul riconoscimento di una dipendenza (in questo caso l’alcol), Harding tira fuori inaspettatamente un’altra delle sue voci, per poi tornare alle atmosfere dell’esordio nelle ultime due canzoni del disco. Mike Hadreas alias Perfume Genius è presente in due brani, quasi impercettibile in Imagining My Man e co-protagonista in Swell Does the Skull. Clarinetto basso e sassofono sono suonati da Enrico Gabrielli. Non tutte le composizioni sono come Horizon, Imagining My Man o Party, ma l’album è destinato ad essere ricordato come una delle belle sorprese del 2017. «Penso che Aldous sia la musicista più interessante in circolazione», ha twittato Lorde.

Dal vivo, l’aspetto teatrale delle performance è ancora più marcato. Harding seduce e mette a disagio, posa da hooligan con una tutina bianca da Arancia meccanica e fissa il pubblico mettendo paura, è ironica e assieme profonda. Canzoni come What If Birds Aren’t Singing, They’re Screaming ne escono potenziate. La frase che dà il titolo al pezzo viene caricata di un’intensità quasi folle e chi ascolta viene colto dal dubbio che la ragazza non sia del tutto a posto. Su disco, la canzone cammina sulla linea sottile fra tono umoristico – e se scoprissimo che gli uccelli non cantano, ma urlano? – e afflitto, fra commedia e tragedia. Tiene insieme due dimensioni, ci si entra pensando a uno scherzo, si esce scombussolati. Aldous Harding ci ricorda che, a volte, l’arte di far canzoni è questa cosa qui: una questione di capitale importanza, un’esperienza totalizzante, un suono ambiguo, un grande turbamento.

 

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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