Interviste

Dream Syndicate, come siamo finiti qui?

Dieci anni fa, la reunion dei Dream Syndicate sembrava impossibile. La storia di uno dei più amati gruppi di culto degli anni ’80 pareva irrimediabilmente finita. E invece, dopo i concerti del 2012, il quartetto americano sta per pubblicare un nuovo album intitolato How Did I Find Myself Here? che riprende idealmente lo spirito del debutto di 25 anni fa. Ne ho parlato con Steve Wynn che ha rimesso in piedi il gruppo con il bassista Mark Walton, il batterista Dennis Duck e il chitarrista Jason Victor, l’unico a non avere suonato nei Dream Syndicate negli anni ’80.

Hai detto che quest’album riprende le fila della narrazione del primo disco dei Dream Syndicate The Days of Wine and Roses. In che senso?
«Tenevo al fatto che questo disco avesse idee, storie, motivazioni contemporanee. Perciò ho preso i personaggi delle canzoni del primo album, che erano piccole fotografie di stati emotivi, e mi sono chiesto: che cosa fanno trentacinque anni dopo? Sono felici? Stanno bene o si sono messi nei guai? Ma non si tratta di sequel. C’è un solo riferimento esplicito. Alle fine delle session Dennis mi ha detto: bello, però manca un pezzo tipico dei Dream Syndicate. E così in una decina di minuti ho scritto Filter Me Through You rifacendomi esplicitamente a Tell Me When It’s Over».

Perché rifarsi proprio al primo album?
«All’epoca ci sentivamo dei crociati, eravamo idealisti in missione contro tutto quel che non ci piaceva nel mondo del rock, cercavano di ricreare la magia della musica che amavamo e che non sentivamo più. Abbiamo cercato di calarci nuovamente in quella mentalità facendo un disco che sarebbe piaciuto anzitutto a noi. Una motivazione semplice».

Non è strano che le motivazioni del 1982 funzionino anche nel 2017?
«C’è una una differenza. All’epoca ci sentivamo outsider non solo rispetto al mainstream, ma anche all’underground. Eravamo convinti che tutti ci odiassero. Oggi sappiamo che molta gente ci apprezza. Non ci sentiamo più ribelli che devono dimostrare al mondo cos’è la buona musica».

Ho sempre pensato che i Dream Syndicate si basassero sul rapporto fra te e un altro chitarrista, dal vostro dialogo, dal vostro incontro…
«In un certo senso è vero. Karl Precoda [che suonò nei primi due album] e Paul Cutler [presente nel terzo e nel quarto] erano chitarristi diversi, ma entrambi estremi. Karl era… fuori. Se le note sono dodici, lui ne trovava una tredicesima. Paul è uno degli strumentisti più abili con cui ho suonato. Usava l’abilità per fare cose che nessun altro faceva».

Hai chiamato Karl per la reunion?
«L’ho fatto ancor prima della reunion del 2012. L’ho contattato più volte, non mi ha mai risposto».

E Paul?
«Mi ha detto: è stato un bel periodo, ma non voglio tornare indietro. E io ho pensato che senza Karl o Paul non ci potevano essere i Dream Syndicate. Poi nel 2012 ho capito che Jason Victor, che suona i pezzi dei Dream Sindacare dal vivo con me da una decina d’anni, era la persona perfetta, il chitarrista ideale per la band. Combina i talenti di Karl e Paul: è tecnicamente dotato e ama tirare fuori suoni che nessuno ha mai sentito prima. È come un pittore astratto. Un po’ come Jimi Hendrix, il primo a enfatizzare la parola “elettrica” nell’espressione “chitarra elettrica”, ama tanto le note quanto i suoni».

Non hai avuto paura di deludere le aspettative di chi si aspettava un’altra line-up?
«Sono un collezionista, sono un fan, sono uno storico della musica rock. Conosco perfettamente il valore emotivo che viene attribuito alle formazioni originali. Ma sapevo che questa era la migliore line-up possibile. Sono convinto che alla fine del 2017, quando la gente penserà ai Dream Syndicate, penserà a questo disco e ai nuovi concerti, non al passato».

Le reunion spesso fruttano dischi mediocri. Non eri preoccupato?
«Non credo che “preoccupato” sia la parola giusta. Quando abbiamo iniziato a registrare ci siamo detti: se il risultato non ci piace, non lo pubblichiamo. Abbiamo fatto musica divertendoci per cinque giorni, senza un’etichetta discografica da accontentare».

A proposito di line-up originale, nell’ultima canzone appare Kendra Smith. Com’è andata?
«Avevo questa canzone intitolata Recurring. C’era la musica e un testo differente, ma per qualche motivo non mi piaceva. Era frustrante, non riuscivo a migliorarlo. Mi sono detto: e se fosse Kendra a cantarlo? All’inizio mi ha risposto di no, non voleva più cantare. Alla fine si è convinta e mi ha spedito la sua traccia vocale all’ultimo momento, mentre chiudevano il disco. Fantastico».

Uno dei pezzi forti del disco è 80 West. Amo il modo in cui le chitarre aumentano il livello di tensione e rumore prima di arrivare al primo ritornello.
«Mi piace la dinamica. Quando iniziammo questi su-e-giù estremi non erano particolarmente popolari nella musica rock. Lo facevano i Gun Club, che amavamo. Poi col tempo è diventata la norma, anche grazie ai Pixies e ai Nirvana».

80 West è una canzone misteriosa: un uomo viaggia in auto e sta per succedere qualcosa, ma non si sa che cosa.
«In questo disco ci sono molti personaggi messi di fronte a un bivio. Il titolo dell’album è significativo, in questo senso. È quel che accade a molta gente, di certo succede a cinquantenni come me: come diavolo sono finito qui e come faccio a uscirne? Il protagonista di 80 West sta guidando lungo una di quelle lunghe e dritte e interminabili autostrade americane e ha molto tempo per pensare a quel che vuole, al cambiamento a cui aspira, a un atto drastico che negherà tutto quel che è venuto prima».

Un altro personaggio interessante è quello di Like Mary. Li consideri outsider, reietti, emarginati?
«Penso di sì, non si sentono parte del mondo e lo sanno. Cercano qualcosa. Ma non è come ci sentiamo tutti, prima o poi? Lo facciamo da teenager, ed ecco un altro rimando al primo album, quando pensiamo che nessuno ci capisca. E lo rifacciamo da cinquantenni, vivendo una seconda adolescenza. Quando ho scritto i testi per questo disco non avevo un tema, ma alla fine molte canzoni hanno hanno finito per girare attorno a questo».

Cinque album, un certo turnover di chitarristi e bassisti, canzoni molto diverse l’una dall’altra: qual è per te l’essenza dei Dream Syndicate?
«È un’esperienza psichedelica. Non nel senso delle magliette tie-dye e del Fillmore West. Nel senso che è musica che ti prende e ti porta in un altro luogo, emotivamente, mentalmente, psicologicamente. La migliore musica psichedelica, dai 13th Floor Elevators a John Coltrane passando per John Lee Hooker, è quella che ti accompagna in un viaggio al di fuori di te. Una delle cose che questa band fa meglio sono le canzoni lunghe. Ci piace avere il tempo per portarvi in un altro luogo. Ci si riesce quando c’è un patto di fiducia fra chi suona e chi ascolta».

È il caso di How Did I Find Myself Here? che dura 11 minuti. Quanto c’è di te nel testo di quel pezzo?
«Ricordo perfettamente quando scrissi quella canzone. Era il giorno prima di andare in Virginia a registrare. Chris Cacavas venne da me a New York, sai, io sto nel Queens. Me ne stavo lì sotto la pioggia in attesa di Chris nel quartiere di Jackson Heights dove vivo, che è un posto incredibile, etnicamente misto, eccitante, vibrante, rumoroso, vivace. Me ne stavo lì a pensare: eccomi, sto per fare un nuovo disco dei Dream Syndicate e sono qui sotto la pioggia ad aspettare il mio vecchio amico che torna dalla Germania, come diavolo mi sono ritrovato qui? Testo, melodia e riff sono venuti in mente in quel momento».

Ti senti come il figliol prodigo citato nel testo?
«In un certo senso sì. Noi musicisti siamo sempre in movimento, viaggiamo, andiamo alla deriva. Siamo vagabondi, siamo avventurieri, siamo zingari. Quando sei esausto, torni dove hai cominciato e pensi a che cosa significa la parola “casa” per te ti senti un po’ come un figliol prodigo».

A un certo punto, con Out of the Grey e Ghost Stories, i Dream Syndicate hanno interrotto la tradizione delle canzoni lunghe alla John Coltrane Stereo Blues
«Hai ragione. Quando cominciammo a suonare facevamo cover di 20 minuti di Susie Q, Season of the Witch, Pablo Picasso o Don’t Fear the Reaper, pezzi basati sulla ripetizione. In tutta onestà, forse smettemmo per cercare di entrare nel mainstream. Avevamo la sensazione che avremmo potuto avere accesso a un tipo di pubblico diverso. Facemmo dischi e concerti fantastici, ma ci allontanammo dall’idea di iniziale. Ci sono voluto tornare con il nuovo disco. Il concetto è: fregatene del tempo e della struttura, lascia che le canzoni ti portino in un altrove».

Perché decidesti di sciogliere i Dream Syndicate nel 1988? Ti sei mai pentito di averlo fatto?
«No, per niente. Non ho rimpianti. Sono felice dei miei dischi solisti, dei Gutterball, dei Baseball Project, delle collaborazioni, dei tour: non cambierei il mio passato per niente al mondo. In quanto alla fine dei Dream Syndicate, è difficile dire perché le band si sciolgono. Noi eravamo al picco della popolarità, eppure non era più divertente. È triste dirlo, ma mi pesava. Era diventato un lavoro. Fare musica è un privilegio, un sogno. Quando comincia a pesarti e non vedi l’ora di tornare a casa, è arrivato il momento di smettere. E poi avevo meno di 30 anni, volevo fare cose diverse. Difficile dire che cosa sarebbe accaduto se fossimo rimasti assieme, forse il gruppo si sarebbe spento lentamente. Ora invece rieccoci di nuovo eccitati».

Curioso che a un passo dallo scioglimento i Dream Syndicate avessero un suono più feroce di quello degli esordi – penso a Live at Raji’s. Di solito accade il contrario. A un passo dalla fine, avevate qualcosa di maniacale e sovreccitato.
«È una buona osservazione. Credo che la rabbia agli esordi fosse provocata dalla percezione della nostra diversità, mentre alla fine fosse causata dalla frustrazione. Ci sentivamo esausti e quindi sul palco dovevamo aumentare il livello di frenesia per sentirci di nuovo eccitati. Live at Raji’s è il suono di una band che sta andando in pezzi. Amo quel disco, è così puro: fu registrato direttamente su DAT, mixato dal vivo, non c’è alcuna manipolazione».

So che stai pensando a un secondo disco dei Dream Syndicate: è una reunion permanente, quindi?
«Sì, se esiste al mondo qualcosa di permanente… Negli anni ’80 era inusuale avere più progetti contemporaneamente. Ora invece puoi stare in tre o quattro band, come un musicista jazz. Ora i Dream Syndicate esistono e convivono con i miei dischi solisti, con i Baseball Project, con gli altri progetti. Poco tempo fa parlavo con Enrico Gabrielli alla fine di un concerto di PJ Harvey. “Andiamo in Sicilia e facciamo un disco assieme”, ci siamo detti. Sento di potere fare cose diverse oggi, parallelamente ai Syndicate».

I prossimi concerti dei Dream Syndicate saranno diversi da quelli della reunion, se non altro per la presenza delle nuove canzoni?
«Intanto Chris Cacavas suonerà con noi e ci aiuterà a ricreare le canzoni del nuovo album e a suonare quelle con le tastiere di Ghost Stories e Medicine Show. Sento che sarà diverso da qualunque altro nostro tour».

Qual è il tuo disco preferito dei Dream Syndicate?
«Li amo tutti in maniera diversa, ma direi Medicine Show, l’album in cui ci siamo spinti in un luogo inesplorato».

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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