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La vita adulta di Iron and Wine

L’avevamo lasciato con Ghost on Ghost”, un disco chic e sofisticato, rock suonato da musicisti jazz, complesso eppure facile da ascoltare, amabilissimo e per certi versi ambizioso. Lo ritroviamo quattro anni dopo con il suono ridotto ai minimi termini di Beast Epic e nuovamente accasato presso Sub Pop, l’etichetta che lo lanciò nel 2002. Non è un ritorno alle origini giacché dai tempi del folk disadorno di The Creek Drank the Cradle Sam Beam, in arte Iron and Wine, ha imparato che Dio è nei dettagli. E così il suo sesto album va ascoltato con un buon paio di cuffie per godersi il bel colore della voce e gli arrangiamenti magnificamente stilizzati. È un disco solo apparentemente monocromatico, suona come un caldo abbraccio.

Beam ha registrato Beast Epic pressoché dal vivo, aggiungendo pochi altri suoni, lasciando fruscii, il rumore delle dita che scorrono sulle corde della chitarra, un conto alla rovescia sussurrato. Ti dà l’illusione d’essere lì con lui, al Loft di Chicago dove tutto è stato registrato e mixato in un paio di settimane con Tom Schick e un cast di musicisti comprendente Rob Burger (tastiere), Joe Adamik (percussioni), Jim Becker (chitarra, banjo, violino, mandolino), Sebastian Steinberg (contrabbasso), Teddy Rankin-Parker (violoncello). C’è un gran sferragliare di chitarre acustiche, un’atmosfera intima e raccolta. S’imbocca questa strada sapendo del pericolo di suonare monocordi e perciò Beam, oltre ad avere messo in fila una dozzina di ottime composizioni, ha prestato grande attenzione al carattere dinamico delle linee di chitarra mettendoci poi un violino che rumoreggia in modo quasi impercettibile, punteggiature di piano, lievi armonie, piccoli giochi ritmici. Queste canzoni sono miniature di gran gusto.

E poi ci sono i testi, come sempre strani, persino destabilizzanti. Tornano immagini di alberi, fiori, foglie – la natura è argomento ricorrente nei lavoro di Beam. Ci sono molti cieli e nuvole e pioggia. C’è qualche flash sul far musica. C’e un misto di visioni bucoliche e mistiche e sudiste/gotiche. Dice Beam che il disco vive dell’idea di transizione. In una nota afferma che «laddove le vecchie canzoni dipingevano gioventù che accedeva con occhi sgranati ai piaceri violenti e agli insuccessi della vita adulta, la nuova collezione di canzoni parla della bellezza e del dolore connesse alla crescita dopo che sei già cresciuto». Non c’è niente da capire. La scrittura di Iron and Wine non segue i percorsi della logica, vaga fra associazioni e immagini inattese. Sono canzoni che puoi apprezzare e amare senza comprenderle fino in fondo. Sono poetiche ed enigmatiche.

«La nostra musica è goffa e libera», canta Beam. Mettendoci un po’ di fantasia, può funzionare anche come definizione di Beast Epic. Alla fine di questi 35 minuti restano un sapore dolceamaro, come una forma lieve di dolore mista a sprazzi d’estasi, il sentimento del tempo che passa e la necessità – espressa da Iron and Wine in modo elegantemente ellittico – di mettere assieme i pezzi della propria esistenza. Sarà pure una vecchia canzone, ma non ci si stanca mai d’ascoltarla.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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