Interviste

Il pop secondo Steven Wilson

Che cosa sta succedendo a Steven Wilson? Com’è che la mente pensante del revival progressive, già leader dei Porcupine Tree, serio e riverito musicista, chitarrista dal gusto vintage, curatore del suono delle ristampe di Jethro Tull e King Crimson, com’è che uno così si mette a cantare un ritornello che sembra uscito da un disco degli Abba? Il pezzo si chiama Permanating ed è stato scelto come antipasto dell’album To the Bone. In realtà il resto del disco non suona alla stessa maniera, ma la canzone è significativa delle nuove scelte pop di Wilson. E di pop abbiamo parlato con lui: non solo del suo album, ma anche di Beyoncé e Ariana Grande.

Parlando di To the Bone hai citato come fonti di ispirazione grandi dischi pop anni ’80, da So di Peter Gabriel a Hounds of Love di Kate Bush passando per Seeds of Love dei Tears for Fears e The Colour of Spring dei Talk Talk. Ti senti un musicista rock prestato al pop?
«Uso la parola pop con cautela, per molti ha un’accezione negativa, per loro il pop è musica superficiale, leggera, banale. Ma anche i Beatles erano pop. Erano la quintessenza del gruppo pop. Per me il pop è una musica sofisticata e ambiziosa quanto il rock. Gli anni ’80 hanno rappresentato un periodo peculiare: una generazione di musicisti formatasi durante l’esplosione sperimentale del rock anni ’70 si è messa in testa di fare dischi accessibili. È un’epoca d’oro».

Che cos’avevano di speciale quei dischi?
«Avevano più livelli di lettura: ritornelli cantabili, ma anche arrangiamenti stratificati, testi fantastici, grandi musicisti. Oggi non vedo nessuno in giro in grado di fare musica con quel tipo di ambizione restando dentro i confini del mainstream. Colpa anche dei media, così conservatori quando si tratta di promuovere musica».

Però le produzioni più audaci, oggi, sono in campo R&B e hip-hop, no?
«Forse qualche anno fa. Una generazione è stata ispirata dalle tecniche di campionamento e dall’elettronica, ma è una storia vecchia. È vero che oggigiorno il pop deriva in gran parte dall’R&B e che l’influenza del rock è pressoché inesistente, ma è un bel pezzo che non sento cose nuove. Mi sembra che si riciclino idee messe a punto negli anni ’80 da Prince. Se oggi Michael Jackson pubblicasse Thriller, avrebbe grossi problemi ad entrare nel mainstream. Sarebbe troppo strano per il pop di oggi. Sarebbe avanguardia».

Ma no, dai. Pensa a Yeezus di Kanye West, a Kendrick Lamar, a D’Angelo…
«Ok, hai ragione. Alcune di quelle produzioni mi piacciono, il problema è che tutto gira attorno alla voce. Mi mancano parti strumentali innovative. Oggi non riconosci più i musicisti, riconosci i produttori».

Questo è vero. Tornando al tuo disco, la canzone più scioccante è Permanating, con un ritornello che fa molto Abba…
«Assolutamente sì. Io l’ho descritta come un incontro fra gli Abba, Mr. Blue Sky degli E.L.O. e i Daft Punk. Gli Abba sono la dimostrazione di quel che ti dicevo prima: grande musica pop con una fantastica produzione, musicisti riconoscibili, ottime melodie».

Pariah invece è fatta con lo stampino di Don’t Give Up di Peter Gabriel con Kate Bush.
«Lo ammetto. L’idea era fare un duetto fra una voce maschile e una femminile in cui lei sostanzialmente dice a lui di non mollare».

Alcuni personaggi del disco condividono questa condizione di di sfinimento, di debolezza, una sorta di smarrimento di fronte al mondo.
«Come tutti, osservo il mondo in cui vivo e mi chiedo cos’è andato storto. Come diavolo siamo arrivati a questo punto? È deludente vedere la mia specie ridotta così. Naturalmente sto generalizzando, però tanta gente ha votato Donald Trump e la Brexit, tanta gente ha la soglia d’attenzione di un insetto, tanta gente diffonde stupidaggini su internet. A volte provo un senso di disperazione per la razza umana. Quando mi succede, ci scrivo su».

A proposito di anni ’80, il testo della canzone To the Bone è di Andy Partridge degli XTC.
«Gli ho chiesto di scrivere della verità come concetto flessibile nell’era post Trump. La canzone è una supplica: possiamo liberarci delle stronzate e arrivare al cuore delle questioni, per favore? Non so se sia possibile. Ognuno oramai ha una sua verità. Una volta era un modo di ragionare tipico dei fondamentalisti religiosi. Oggi siamo andati oltre. Donald Trump ha dimostrato di essere un bugiardo, eppure la gente l’ha comunque eletto. Venticinque anni fa Bill Clinton venne sottoposto alla procedura di impeachment per avere detto una bugia. Oggi le bugie sono accettate. “La mia verità è diversa dalla tua”, dicono. Eh no, amico, la verità è una, è assoluta».

La canzone si apre con la voce di una donna: chi è?
«Un’amica. Prova a immaginartela: è un’insegnante di colore che lavora Texas, due o tre cose su cosa significa vivere in questo mondo le sa. L’ho chiamata, le ho spiegato che la canzone verteva sulla natura della verità, le ho chiesto di raccontarmi il suo punto di vista. È stata perfetta».

Un paio di canzoni sono sul fondamentalismo religioso e sul terrorismo.
«Mi sembra che l’umanità si sia via via liberata del mito di Dio e che la minoranza che ancora lo coltiva sia sempre più risentita, piena d’odio, radicalizzata».

Detonation è sul tizio che ha fatto una strage al Pulse, il nightclub gay di Orlando?
«Esatto. Il punto è che la storia e le intenzioni di quel ragazzo non sembrano avere nulla a che fare con il fondamentalismo religioso, ma per il solo fatto che uccidendo quelle cinquanta persone abbia urlato qualcosa tipo “Allah akbar”, allora ci sembra normale. No, non è per niente normale. Per quel che ne so io, quel tizio non aveva alcun interesse o connessione con la causa fondamentalista, la usava come giustificazione per portare a termine un atto di puro odio. È una cosa che, temo, vedremo sempre più spesso».

Dopo il Bataclan e Manchester, la musica pop si è ritrovata improvvisamente al centro di questo fenomeno. Ti ha sorpreso?
«Eh sì, il pop più mainstream esistente, quello di Ariana Grande che peraltro io non avevo mai sentito prima dell’attentato, è stato messo al centro di quel che accade nel mondo. Se c’è una cosa positiva in tutto questo, è che una nuova generazione di artisti pop potrebbe ricominciare a raccontare quel che accade nel mondo. Per troppo tempo la musica è stata irrilevante dal punto di vista politico e marginalizzata negli interessi dei ragazzi. Voglio proprio vedere che cosa accadrà».

Guardavo il concerto One Love Manchester con Ariana Grande, Miley Cyrus, Katy Perry e mi chiedevo: chi sono gli U2 di oggi, c’è un artista che può raccontare quel che accade?
«È esattamente questo il punto. Ai tempi del Live Aid o dei concerti per Nelson Mandela la musica sembrava vitale. Oggi sembra… una schifezza. Ok, non faccio parte del target di Ariana Grande, ma la musica mi è sembrata vuota e, soprattutto, i contenuti delle canzoni non avevano nulla a che spartire con il senso dell’evento. Ma nei prossimi anni, chi lo sa, questa cosa potrebbe cambiare».

La parola chiave del pop degli ultimi anni è empowerment. Molti artisti invitano a esaltare la propria individualità. A volte può essere un esercizio di narcisismo, a volte un modo per incitare persone deboli a diventare più forti.
«Il messaggio di Beyoncé è apparentemente di empowerment, di liberazione sessuale, di femminismo. Ma quando scavi sotto trovi il vuoto. Leggiti i crediti del suo disco e di quelli di Prince. Lei ha 40 produttori e 50 autori, peraltro tutti maschi: non mi convince, non lo trovo reale. Dove sono le autrici, dove sono le Joni Mitchell, le Kate Bush?».

La differenza è che Prince e Joni Mitchell erano veri musicisti, Beyoncé non lo è.
«Erano in grado di scrivere, cantare e produrre le canzoni. Era gente con una visione. Ecco perché non riesco a togliermi dalla testa l’idea che Kanye West e Beyoncé siano parte di un grande ingranaggio».

Nel febbraio 2018 suonerai in Italia: come sarà? Chi ti accompagnerà?
«Sarà una spettacolo molto visivo, con filmati che stiamo producendo in questo momento. Cercheremo di suonare molti pezzi del disco nuovo. Saremo in sei: Nick Beggs al basso, Craig Blundell alla batteria, Adam Holzman alle tastiere, Ninet Tayeb alla voce. Devo trovare un nuovo chitarrista, Dave Kilminster è in giro con Roger Waters».

Hai ascoltato il suo album?
«Molto buono. Ok, non è proprio un disco spensierato, ma mi piace il fatto che Roger sia ancora arrabbiato».

Il tuo album si chiude con una nota positiva, con il coro di Song of Unborn.
«Gran parte di quel che faccio lo si può collegare ai dischi che citavo. E così, per il finale mi sono ispirato a una canzone di Hounds of Love di Kate Bush, Hello Earth, dove il coro era usato in modo originale. L’idea era chiudere l’album con un pezzo positivo, cosa piuttosto rara per me. Il mondo è gran casino, perciò mi sono sforzato di trovare un motivo di speranza. Nella canzone, un bambino non ancora nato guarda il pianeta e si chiede perché mai dovrebbe venire alla luce in un posto del genere. La risposta è semplice: la vita è un dono unico. Possiamo usarla per fare qualcosa di positivo e profondo. Forse, in un modo tutto mio e magari un po’ perverso, sto dicendo la stessa cosa che dicono le pop star come Beyoncé: sii unico, sii speciale».

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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