Articoli

Se i Rolling Stones rifanno Sticky Fingers

«Ora faremo qualcosa che non abbiamo mai fatto prima», annuncia Mick Jagger. Quel qualcosa è suonare Sticky Fingers per intero. E non di fronte a 50.000 persone, come i Rolling Stones sono abituati a fare, ma in un piccolo locale, per la gioia di un certo numero di vip e di un migliaio di fortunati che hanno pagato il biglietto 5 dollari e hanno lasciato il telefono cellulare a casa o all’ingresso. Ed ecco che accade qualcosa di raro ed eccitante: l’atmosfera raccolta, le vibrazioni blues che attraversavano parte di Sticky Fingers, la libertà di suonare quel che si vuole e non le hit che il pubblico s’aspetta, tutto concorre a rendere speciale la serata immortalata in questo disco dal vivo. Riecco gli Stones in carne ed ossa e non una macchina da musica per folle immense.

Un passo indietro. Nel 2015 i Rolling Stones hanno pubblicato un’edizione deluxe di Sticky Fingers. Non un disco qualunque, ma uno dei quattro lavori editi fra il 1968 e il 1972 che, nel loro insieme, rappresentano la migliore sequenza mai infilata dalla banda inglese, quello con la copertina di Andy Warhol. Prodotto da Jimmy Miller, Sticky Fingers è un serio candidato al titolo di miglior album in assoluto degli Stones, che in quel periodo arrivarono ad affinare il loro stile fatto di meravigliosi scatti e accordi slegati. Per festeggiare la ripubblicazione e scaldarsi in vista dello Zip Code Tour che avrebbe debuttato a San Diego quattro giorni dopo, la band ha suonato le canzoni del disco il 20 maggio 2015 durante un concerto annunciato all’ultimo momento al Fonda di Los Angeles, un teatro su Hollywood Boulevard da 1300 persone circa – il concerto che ogni amante degli Stones spera di vedere una volta nella vita.

Il disco dal vivo testimonianza di quella serata, che fa parte della serie From the Vault, è reperibile nelle versioni CD+DVD, DVD, Blu-Ray, 3LP+DVD e in digitale. Nelle versioni video il concerto è inframmezzato da spezzoni d’intervista, mentre la parte su Sticky Fingers è stata già pubblicata nel 2015 su iTunes. A differenza di concerti simili proposti da gente come Bruce Springsteen o Pearl Jam, in cui le canzoni vengono suonate nell’ordine in cui compaiono nell’album, i Rolling Stones rimescolano la scaletta per darle maggior brio e presentano i dieci pezzi di Sticky Fingers unitamente ad altri sei brani. Non è solo l’occasione davvero rara di ascoltare performance dal vivo di Sister Morphine, I Got the Blues, You Gotta Move o Sway. Gli Stones tolgono il pilota automatico e vengono messi di fronte alla possibilità di fallire senza la rete di salvataggio dell’evento oceanico a cui tutto si perdona e del repertorio usurato ma sicuro. Ne escono esecuzioni magari imperfette, ma parecchio cariche, con un mix curato da Bob Clearmountain che è tutt’altro che patinato, ma anzi mira a replicare l’eccitazione, il caos della performance e soprattutto l’“ambiente” della sala.

I primi pezzi – la più scontata Start Me Up e le staffilate di When the Whip Comes Down e All Down the Line – servono per riscaldarsi, ma già sono eccitanti. La band che si ascolta è più che mai un collettivo e certe meravigliose cavalcate sono un gioco d’incroci fra la chitarra di Keith Richards, quella di Ron Wood e le tastiere di Chuck Leavell – per non dire dei cori e degli interventi dei fiati, ad esempio in Bitch. Ascoltate quest’album in cuffia a un buon volume e sentirete un gruppo che non fa mistero delle radici blues e rhythm & blues della propria musica, una band ancora capace di una vitalità sfrontata. Certo, non sono più solo i quattro, cinque Stones, ma un gruppo di quasi una dozzina di musicisti che porta avanti una tradizione che rischia di morire con loro. Sticky Fingers Live at the Fonda Theatre 2015 non è il disco di una band vecchia. È il disco di una band viva.

Sway inaugura il set dedicato a Sticky Fingers ed è resa in versione più chiassosa rispetto all’originale e forse non perfettamente risolta, mentre Wild Horses è lì a ricordarci che gli Stones non sono stati solo un gruppo eccitante, ma anche emozionante, e che Mick Jagger s’inventa un accento a canzone. Ci sono i richiami al country-rock di Dead Flowers e c’è il sax di Karl Denson che si porta via una spettacolare Can’t You Hear Me Knocking, come se non bastassero il riff leggendario e l’assolo di Wood. Non sempre va bene: in Sister Morphine Jagger pensa di cavarsela facendo il gigione e sbaglia. La decadenza un po’ bislacca dell’originale va a farsi benedire a favore di un’esecuzione più robusta. Brown Sugar che apriva l’album viene posizionata in fondo e se ne capisce il motivo: sono sette minuti azionati da uno dei riff più riconoscibili del repertorio degli Stones e del rock tutto.

Quando i Rolling Stones pubblicarono Sticky Fingers camminavano sul lato oscuro della strada. Oggi possono riprendere quelle canzoni con un altro stato d’animo. A cavallo fra anni ’60 e ’70 mettevano paura, letteralmente. Oggi sono un grande spettacolo e chi ha assistito al concerto al Fonda racconta dello scambio di grandi sorrisi fra i musicisti sul palco. Il Diavolo non fa più paura. Resta l’amore per la musica nera e oltre al traditional You Gotta Move, qui un blues elettro-acustico con graffi e punteggiature a scatti delle chitarre, nei bis arrivano la cover di Rock Me Baby di B.B. King, omaggio al chitarrista scomparso una settimana prima, e I Can’t Turn You Loose di Otis Redding, che mi risulta gli Stones non suonassero da una dozzina d’anni. Non è perfetta, ma chiude in un’atmosfera chiassosamente festosa, quasi una liberazione dopo il set dedicato a un album non proprio allegro.

Sarà l’atmosfera da club, sarà il carattere dell’evento, sarà il repertorio lontano dal consueto “jukebox”, sarà l’effetto ambientale riprodotto da Clearmountain, fatto sta che i Rolling Stones del Fonda somigliano meno alla macchina da hit dei grandi concerti e un po’ più al gruppo rock-blues che avrebbero voluto diventare agli esordi. Se allora erano un gruppo di volenterosi imitatori del blues elettrico degli afroamericani, oggi possono permettersi di suonare il blues da un altro punto di vista, da un’angolazione più ricca e matura, alla luce di uno stile diventato personale e iconico. E in fondo quel che stanno facendo ha più di un’assonanza con lo spirito dei vecchi bluesman. Quel che stanno facendo è portare a termine l’esperimento mai provato prima di far entrare il rock’n’roll nella terza età. È una gara di resistenza. Per una volta senza smartphone.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...