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“Let’s play two” dei Pearl Jam è un film sul potere trasformativo della musica e dello sport

La scena più efficace e assieme sacrilega di Let’s Play Two arriva suppergiù a metà film. Sul palco del Wrigley Field i Pearl Jam suonano Corduroy e il regista Danny Clinch abbina la canzone a un montaggio di voci e immagini sull’ingresso della squadra di baseball dei Chicago Cubs nelle World Series. Una canzone che rappresenta un profondo, sconquassante tormento personale, la confusa e rabbiosa reazione di Eddie Vedder alla violazione della privacy ai tempi della follia grunge, viene usata come colonna sonora di una gloriosa cavalcata sportiva. Forse non dovremmo stupirci. Fin dalle origini, i Pearl Jam hanno sfatato il luogo comune circa le differenze inconciliabili fra rocker e sportivi: creativi e progressisti i primi, ottusi e conservatori i secondi. Il film-concerto girato nell’agosto 2016 nello stadio dei Chicago Cubs, disponibile dal 17 novembre in DVD e Blu-Ray, affonda le radici in questa frattura sanata, nell’idea che lo sport e la musica descrivano ugualmente bene l’animo umano in quanto luoghi di sofferenza, gioia e riscatto collettivo.

Eddie Vedder è il protagonista assoluto del film. Non solo perché sul palco è al centro dell’attenzione. Let’s Play Two è la cronistoria della sua passione per i Cubs, nata da bambino, quando cresceva a Evanston, sobborgo a nord di Chicago. Lo si vede in tribuna con il presidente della squadra Theo Epstein che considera i Pearl Jam role model per il team. Eccolo nello skybox con la famiglia mentre segna i punti della squadra oppure nei primissimi anni ’90 mentre offre un tour del Wrigley Field e in molti altri filmati di repertorio mentre soffre guardando le partire. Per lui, i concerti che i Pearl Jam hanno tenuto il 20 e 22 agosto 2016 nel campo da gioco dei Cubs rappresentano il ritorno in una sorta di «casa spirituale» o, come dice lui, un viaggio nel mondo di Oz. Sono «il culmine di tutte le nostre passioni», un’esperienza gioiosa e al tempo stesso surreale.

Per alcuni giorni il quartiere cresciuto attorno allo stadio si è trasformato in un mondo a parte dove l’immaginario dei Pearl Jam s’è saldato con quello dei Cubs. È tutto ben documentato da Clinch, fotografo e amico di lunga data della band nonché regista del DVD girato in Italia Immagine in cornice. Lo stadio è circondato da case i cui tetti a terrazza sono trasformati in tribune – sono quelli che Vedder chiama «i posti dei taccagni», ma sono gestiti da un’associazione che versa il 17% dei ricavi ai Cubs. Uno dei posti da cui è possibile vedere il campo è un locale chiamato Murphy’s Bleachers, dove i Pearl Jam improvvisano una prova informale, un piccolo rooftop concert con strumenti acustici. Lì a un certo punto accennano Dirty Work degli Steely Dan. «La produzione di quel disco non era granché», scherza Mike McCready. Stone Gossard lo prende sul serio e ribatte. Tutti ridono. Danny Clinch c’è e filma tutto.

Il film prende il titolo da una frase di Ernie Banks, leggendario giocatore dei Cubs morto nel 2015. Il suo motto «It’s a great day for a ball game, let’s play two!» ben rappresenta la fame di musica dei Pearl Jam, la loro voglia di darsi ai 41.000 spettatori del Wrigley Field. Ci erano già stati nel 2013 in un concerto interrotto per alcune ore da un temporale. Banks disse loro di apprezzare «il fatto che siate venuti a casa mia, stasera». Nel film vi sono anche ampi richiami a due altri concerti che la band tenne a Chicago nel 1991 e 1992, al Metro, un locale da 1000 persone non lontano dallo stadio. La canzone che chiuse il secondo show è la stessa che mette fine al concerto al Wrigley, I’ve Got a Feeling dei Beatles. Le riprese delle esibizioni del 2016 – una miscela di pezzi imprescindibili come Alive e canzoni meno scontate come Inside Job, prima della quale sale sul palco l’ex giocatore di football Steve Gleason malato di Sla – sono alternate e a volte sovrapposte al racconto del legame fra Vedder e Cubs. Il concerto si trasforma perciò nella colonna sonora di una storia d’amore per lo sport e l’uomo cui è dato il dono del volo, in Given to Fly, diventa l’allenatore della squadra Joe Maddon.

Eddie Vedder canta Black, Red, Yellow mentre viene sollevato di peso da Dennis Rodman, ex giocatore della squadra di basket dei Chicago Bulls e unica persona al mondo che può dirsi amica contemporaneamente del cantante dei Pearl Jam, di Donald Trump e di Kim Jong-un. Nelle immagini di repertorio si vede Vedder intonare durante le World Series Take Me Out to the Ballgame, la canzone d’inizio Novecento diventata inno non ufficiale dello sport. Durante il soundcheck e il concerto rifà All the Way, il brano composto per i Cubs su richiesta di Ernie Banks da cui emerge lo spirito che contraddistingue ogni tipo di tifo: l’idea che non sia solo un gioco, che mettere piede al Wrigley Field sia un’esperienza rigenerativa, che le gesta dei giganti dello sport facciano sentire anche te un po’ eroe, che pur essendo un underdog puoi andartene in giro a testa alta. C’è la speranza mai sopita che «someday we’ll go all the way», che «un giorno andremo fino in fondo» ovvero vinceremo le World Series.

Tolto questo spirito, Let’s Play Two è un bel concerto di un gruppo che ha raggiunto il suo apice alcuni anni fa e vive le performance – comprese le due filmate da Clinch – come atti d’amore e a volte anche come occasioni per fare beneficenza (la Vitalogy Foundation ha donato un dollaro per ogni biglietto venduto al Wrigley a due organizzazioni non profit locali). Ma la musica, nel film, rappresenta il 50% della narrazione. Più che la celebrazione di un gruppo che suona assieme da oltre un quarto di secolo, Let’s Play Two racconta il sentimento di comunione che accomuna una tifoseria tanto quanto il pubblico rock, il desiderio di far parte di qualcosa, di essere «fratelli in armi, nelle strade e sugli spalti».

Danny Clinch gira per il quartiere prima del concerto. Ci sono italiani e australiani, gente da tutto il mondo. C’è un uomo venuto con quattro giorni d’anticipo per ascoltare Release e trovare conforto per la morte del padre, e Vedder lo accontenta e gli dedica la canzone. C’è il ragazzo al primo concerto dei Pearl Jam e il padre al ventisettesimo. C’è una comunità. Esaurita la rabbia giovanile e la spinta verso l’esplorazione di altri territori sonori, la musica dei Pearl Jam si è come normalizzata. Oggi è un magnifico spettacolo inclusivo, esattamente come una partita di baseball è un intrattenimento per famiglie, una grande narrazione popolare. Non c’è pericolo, non c’è assalto, non c’è nulla di viscerale. In compenso, c’è l’idea che lo sport e il rock, come afferma Vedder, non hanno a che fare con la competizione, ma sono modi per confortarsi a vicenda. Ecco cos’è diventata la musica dei Pearl Jam in età adulta: l’abbraccio di una comunità. Let’s Play Two celebra questo spirito e lo racconta attraverso una meravigliosa favola sportiva: la squadra come band, i giocatori come musicisti, i tifosi come fan.

A Danny Clinch è andata bene. Nel 2016, un paio di mesi dopo i concerti al Wrigley Field, i Chicago Cubs sono tornati a vincere le World Series interrompendo un’epoca di insuccessi durata 108 anni. Il regista ha perciò costruito la seconda parte del film come racconto parallelo del concerto e del campionato, trovandosi fra le mani un happy ending: un po’ come la band di Seattle, i cui musicisti hanno iniziato in un periodo e in un contesto che non lasciava loro alcuna concreta speranza di farcela, i Cubs sono favolosi perdenti che alla fine trionfano. Entrambi, suggerisce Clinch, sono circondati da comunità che si ritrovano per incoraggiarsi e nel farlo si scoprono migliori. Come il ragazzo della canzone, possono andare in giro a testa alta anche dopo una sconfitta, figuriamoci dopo una vittoria. Let’s Play Two non è solo un film-concerto dei Pearl Jam. È un omaggio al potere trasformativo dello sport e della musica.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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