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Milano, la Piccola Mela di Daniele Luppi

Bella gente e derelitti, il quadrilatero della moda e la fermata Lanza, gli yuppie e i punkettari. È la Milano negli anni ’80, ma sembra New York alla fine dei ’70. Dopo avere dedicato un concept alla capitale, Rome del 2011 con Jack White, Norah Jones e Danger Mouse, il produttore italiano trapiantato a Los Angeles Daniele Luppi si dedica alla città della moda, degli affari e della gentrification – solo che allora non la chiamavamo così. Si dedica insomma al luogo in cui ha passato un pezzo d’adolescenza e lo descrive col senno di poi e un misto di ruvidità e romanticismo. Lo fa in un disco interamente suonato dai newyorchesi Parquet Courts in cui la voce maschile di Andrew Savage è sostituita e affiancata in quattro canzoni da quella femminile di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs. Ed è tutto un brulicare di vite che s’intrecciano in locali dove si sniffa e si fa sesso, in strade camminate da modelle e poetesse.

C’è un ragazzo – o una ragazza: non sempre le voci dei cantanti corrispondono ai pronomi personali, questo è un disco a suo modo gender fluid – dunque c’è questo ragazzo che rapina il riccone che l’ha adescato, la cui passione per gli oggetti di valore dura il tempo di un’erezione. E che viaggio è quello della ragazza protagonista di Flush che si fa – o almeno così mi pare – e sente dei crostacei ballare e scopare nelle acque del suo cervello, acque che ovviamente finiscono giù per la fogna. C’è un altro tizio che cammina per Mount Napoleon e sogna d’avere fra le mani un sasso per infrangere le vetrine dove i soldi gli urlano in faccia la sua povertà e la sua esclusione. Ecco che a Lanza, dalla fermata della Linea 2 della MM, c’è una ragazza piuttosto nervosa (canta Andrew, non Karen O) e pensa di scendere dalla metro perché un tizio la sta fissando. «Sarà democristiano», pensa fra sé e sé la tizia a cui però non va di scendere a Lanza perché «non è la parte di città che voglio». Ed ecco Savage che interpreta l’architetto e designer Ettore Sottsass e afferma che «il modernismo è una gran noia» con voce da cafone punk.

Karen O mette in quattro canzoni l’eccitazione e il tocco di frenesia che manca a Savage, il cui eloquio cool e i cui testi osservazionali evocano a volte il santino di Lou Reed. Anche la voce della rocker degli Yeah Yeah Yeahs si sposa alla perfezione con i colori musicali primari scelti dai Parquet Courts e da Luppi. È questa la sorpresa del disco. Dopo aver sentito Rome, la sua varietà, la sua ambizione, i suoi arrangiamenti in cinemascope, stupisce il carattere essenziale di queste canzoni, basate per lo più su basso, chitarra e batteria. Forse non a caso il disco inizia con una cosa vagamente alla Velvet Underground – saranno le campanelle, sarà la coolness di Savage – che si chiama Soul and Cigarette e che in realtà è un omaggio alla poetessa Alda Merini, scelta per creare un contrasto con la Milano del lusso e dell’eccesso. Talisa è invece dedicata a Talisa Soto, modella americana d’origine portoricana amica di Gianni Versace trasferitasi in Europa e qui apprezzata – nel caso vi chiediate chi è, la si vede col suo fidanzato Nick Kamen nel video di Each Time You Break My Heart e in Vendetta privata, lo 007 del 1989 con Timothy Dalton.

Luppi re-immagina la Milano anni ’80 cantando la città degli affari e delle siringhe – non era inusuale vedere eroinomani farsi sulle scale delle stazioni delle metropolitane. Per farlo prende spunto anche dalle arti visive. Cita come fonti d’ispirazione il collettivo italiano di design e architettura di Sottsass noto come Gruppo Memphis (in Memphis Blues Again, proprio come la canzone di Bob Dylan) e le polaroid scattate in Italia negli anni ’80 da Charles H. Taub raccolte nel progetto La dolce via, immagini di un paese svanito. Il risultato è un disco musicalmente meno ambizioso di Rome, più compatto e chitarristico, con riferimenti alla musica che si suonava a New York a cavallo fra anni ’70 e ’80, un misto di post punk, funk e noise, senza però portare nessuna di queste musiche alle estreme conseguenze, ma arricchendo qua e là il suono con piccoli tocchi strumentali, un sintetizzatore, un sassofono. Musica semplice e grezza, con scelte rétro che rimandano anche ai dischi di una cinquantina d’anni fa, ma piena di piccoli spigoli e particolari eccitanti. Anche la lunghezza è da vecchio LP: otto canzoni e un bello strumentale nel finale per un totale di mezz’ora di durata.

D’accordo, italianismi come la rima tra «farina» e «Proserpina» o le espressioni «on the modo» e «I’m so Scimmie» (nel senso del locale) suonano strani o persino ridicoli a noialtri italiani. Per non dire del gioco di parole con il pezzo di Dylan, il cui «I was stuck inside of mobile with the Memphis blues again» diventa «I was stuck inside the Salon of Mobile with the Memphis blues again» – uno l’ascolta e non capisce se l’ironia è voluta o involontaria. Sono dettagli. Luppi e il suo gruppo d’amici americani fanno quello che noialtri italiani non facciamo più: prendono un pezzo di nostra storia pop e lo trasformano in musica mettendoci la coolness che loro hanno e che noi ammiriamo da lontano. Senza capire che anche loro ci guardano e dicono: però, che storie.

 

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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