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L’America di Mavis Staples e Jeff Tweedy

Da quando Mavis Staples è tornata sulle scene, spalleggiata da Jeff Tweedy e Ry Cooder e molti altri musicisti che provano nei suoi confronti un senso di affetto e riconoscenza, da quando la cantante americana è rientrata nell’immaginario collettivo degli appassionati non ha mai smesso di pubblicare dischi, sostituendo via via le cover dei classici con un nuovo repertorio. Questo, If All I Was Was Black, è il quinto di questa nuova stagione ed è il contrario di Livin’ on a High Note del 2016. Se quello era un abbraccio collettivo in cui autori come Nick Cave, M Ward, Ben Harper, Valerie June, Justin Vernon e Merrill Garbus si mettevano al servizio di Staples regalandole pezzi inediti, questo è una sorta di dialogo a due con Tweedy, che oltre a produrre l’album è anche autore o co-autore di tutte e dieci le canzoni. Argomento della conversazione: l’America oggi.

Quando gli odierni profeti della rabbia non erano neanche nati lei già forniva la colonna sonora dei movimenti per i diritti civili con gli Staple Singers del padre Pops. Di quel periodo negli anni ’60 in cui la fede cattolica si saldava alla rivendicazione dei diritti resta il tono caldo e umano del canto. Ecco perché complice l’età, 78 anni, anche in If All I Was Was Black Mavis Staples canta di ingiustizie, razzismo e oppressione, ma lo fa con la grazia della donna di fede, non con la rabbia dell’esclusa. È un disco che dialoga con l’America di Trump. Il suo tono appassionato ma compassionevole è un sollievo nell’epoca di slogan semplicistici. In quest’album la rettitudine è una conquista (Try Harder), l’audacia dello spirito un dovere (Who Told You That), il desiderio di agire il bene un’urgenza (No Time for Crying), l’amore per il nemico una cura (“We go high”).

Jeff Tweedy – «a true genius», lo definisce Staples nei crediti – non si esprime solo attraverso la scrittura delle canzoni, avendo cura di «non mettere in bocca a Mavis nulla che non canterebbe», o duettando in Ain’t No Doubt about It, ma anche con la produzione, complici musicisti amici del giro Wilco fra cui il figlio Spencer e Glenn Kotche. If All I Was Was Black ha un sound caldo e senza tempo, fra tracce di funk-rock, dialoghi fra chitarre come in Little Bit, su un ragazzo di colore ucciso dalla polizia, suoni di Wurlitzer, tracce di rock-blues minimale. Le canzoni sono ora attraversate da un filo di tensione assente in altri lavori della cantante, ora morbide e avvolgenti come We Go High, apparentemente ispirata al discorso di Michelle Obama alla convention nazionale dei Democratici del 2006.

Certi dischi si amano anche se non contengono canzoni che sembrano subito classici. Si amano perché hanno un loro linguaggio, un loro stile, un loro umore. If All I Was Was Black fa parte di questa categoria. Ha la freschezza delle incisioni effettuate velocemente – nell’arco di una settimana, pare – e l’autorevolezza fornita dal canto di una delle grandi voci gospel-soul d’America che, in età avanzata, ha assunto un timbro più roco e imperfetto. «Non sono ancora finita», canta Staples alla fine del disco. Ecco.

 

Pubblicato originariamente su Rockol

 

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