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Margo Price, il country torna ad essere fuorilegge (e femminista)

A metà anni ’80, ispirati da una frase pronunciata da Bob Dylan durante il Live Aid, Neil Young, Willie Nelson e John Mellencamp organizzarono Farm Aid, un evento e poi una serie di concerti per raccogliere fondi a favore degli americani che rischiavano di perdere le loro aziende agricole poiché impossibilitati a ripagare i debiti cumulati. Uno di quegli agricoltori in crisi era il padre di Margo Price che dovette vendere la fattoria che possedeva in Illinois. La ragazza s’è trasferita a Nashville e ha messo la sua rabbia per la sorte che l’è toccata e la dipendenza dall’alcol dopo la morte di un figlio e gli amori sbagliati in una serie di formidabili pezzi country che rimandavano ai classici anni ’70, a Loretta Lynn, a Tammy Wynette, a Waylon Jennings, a Merle Haggard. Per una decina d’anni ha cercato inutilmente di pubblicare le sue canzoni, diventando il segreto meglio custodito della scena. Messa sotto contratto dalla Third Man Records di Jack White, è diventata una delle cose migliori accadute al country negli ultimi anni. E anche una storia avvincente: il desiderio di ricomprare la fattoria, i beni venduti per finanziare le registrazioni, le notti in galera per ubriachezza.

Se il debutto di Margo Price Midwest Farmer’s Daughter era il racconto bello e appassionante del suo percorso, un disco spettacolare nella sua semplicità e nei richiami al country vecchio stile degli outlaws e dei reietti di Nashville, il nuovo All American Made è l’album in cui la cantante allarga gli orizzonti. Continua a raccontare di sé, delle sue debolezze, della lotta quotidiana d’artista e madre, dei contadini come i genitori in balia del meteo, ma allarga lo sguardo a un’America bella e ferita dove c’è un Pay Gap intollerabile fra uomini e donne, dove non è facile vivere in modo onesto e decente. E chiude l’album con un pezzo epico e definitivo qual è la title track, l’equivalente (meno ispirato) di Hands of Time che apriva l’esordio. All American Made ci congeda con l’immagine di un’autostrada sognata e dice tutto quel che c’è da dire sull’amore e assieme il timore per un Paese, una nazione, un destino.

Non c’è niente di patetico o pesante in tutto ciò. L’album è divertente e ritmato, a tratti persino giocoso fra suoni di chitarra elettrica twangy, honky tonk saltellanti, note di pianoforte ribattute e assoli di fiddle e pedal steel. In più, rispetto all’esordio, c’è un pizzico di black music a fare da trait d’union fra le due capitali musicali del Tennessee, Memphis e Nashville. Un accordeon cajun e un ritmo in tre sono usati per raccontare di differenze retributive, un Wurlitzer s’insinua nel ritmo funkeggiante di Cocaine Cowboys, l’impasto di pedal steel, chitarre elettriche e acustiche dell’attacco di Wild Women trasmette una gioia velata di malinconia, spazzata via da un cambio di tonalità che rimette in gioco la canzone. Ci sono anche un duetto con Willie Nelson in Learning to Lose, le orchestrazioni di Lester Snell (Isaac Hayes) in A Little Pain, le voci gospel delle McCrary Sisters in Do Right by Me. All American Made trasmette la gioia e il sentimento di un gruppo che suona assieme – in questo caso nello studio di Sam Phillips a Memphis – e che utilizza un buona tavolozza di colori sonori che comprende un quartetto d’archi e il Mellotron. I riferimenti nei testi a Levon Helm e Tom Petty non sono casuali: questo è country che può piacere anche a chi non ascolta country.

Margo Price è una outsider di successo e le sue canzoni smentiscono i peggiori luoghi comuni esistenti sulla country music. Il suo talento di storyteller e autrice, spesso affiancata dal marito e chitarrista Jeremy Ivey, fa il pari con la comunicativa del suo canto che vibra della stessa emozione degli outlaws. I mandriani di Price non cavalcano tori, sono «cocaine cowboys» che sniffano per disperazione. Le sue cattive ragazze mischiano Jack Daniel’s e speed e naturalmente sono guardate peggio dei maschi che fanno altrettanto. C’è tutta un’America marginale raccontata da Margo Price, un’umanità che anela a vivere in modo decente, alla disperata ricerca di contatti umani sinceri. Ecco perché queste storie, pur essendo nate e ambientate a migliaia di chilometri da qui, suonano stranamente famigliari.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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