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Quando gli Wilco diventarono gli Wilco

C’è un momento preciso in cui gli Wilco diventano il gruppo che conosciamo. Accade all’inizio del secondo album Being There, quando un fade-in svela uno scenario disorientante, un nugolo di suoni da cui emergono feedback e dissonanze. In quell’istante, alla partenza di Misunderstood, si capisce che la band dell’esordio di A.M. è diventata qualcosa di diverso. Le ristampe in versione deluxe di entrambi gli album del gruppo di Jeff Tweedy raccontano i primi passi degli Wilco e la trasformazione da musicisti apparentemente interessati all’autenticità della tradizione americana, con dentro un po’ di Gram Parsons e Bob Dylan, a romantici volubili e inquieti, interessati a scuotere l’ascoltatore.

Magari qualcuno se l’è scordato, o neanche lo immagina, ma c’è stato un tempo in cui gli Wilco erano un gruppo di alternative country dagli orizzonti tutto sommato limitati, una carriera che si pensava destinata a proseguire nei binari della musica indebitata con folk e country, un pubblico per lo più neo tradizionalista. Il primo album del 1995 A.M. è figlio degli eventi in cui fu creato, ovvero la disintegrazione degli Uncle Tupelo, la band di Jeff Tweedy e di Jay Farrar. Il primo tenne con sé buona parte dei musicisti dei Tupelo e fondò gli Wilco, l’altro continuò a suonare nei Son Volt che all’epoca parvero a tutti più interessanti degli Wilco in virtù dell’esordio Trace. Oggi i Wilco sono considerati, diciamo così, i Radiohead dell’Americana, mentre i Son Volt pubblicano dischi senza clamore com’è stato per Notes of Blue nel febbraio scorso.

Nati in gran fretta come emanazione del progetto procedente, gli Wilco arrivarono nel giro di un anno all’album di debutto cui mancavano un po’ di carattere e qualche bella canzone in più. Nulla lasciava presagire il destino della band. A.M. è figlio della lezione di Gram Parsons, di quel suo modo così rock’n’roll di interpretare il country. Tweedy canta con voce screziata da una lieve malinconia e alle sue storie di scommesse perdute e separazioni dolorose è sottesa una lacerazione interiore. Gli arrangiamenti elettro-acustici sono famigliari – merito del chitarrista ospite speciale Brian Henneman e dei tocchi di Lloyd Maines alla pedal steel. Forse anche troppo famigliari. «Eravamo a malapena una band che cercava di fare un po’ di chiasso», scrive il bassista John Stirratt nelle note di copertina della ristampa.

Being There è tutt’altra storia. È passato solo un anno, ma Tweedy appare molto più sicuro dei suoi mezzi e soprattutto lanciato verso una definizione un po’ più ampia di rock in un doppio album che nel 1996 suonava come una sorpresa. La nota malinconica che traspariva dalla voce di Tweedy nell’esordio si era trasformata in un accento quasi di disperazione e in certe canzoni era difficile capire se stesse cantando di una relazione sentimentale o del suo rapporto con la musica e con la band. Del resto Tweedy scrisse l’album in cui periodo in cui rimuginava sull’importanza del rock nella sua vita e pensava d’averlo messo alle spalle. È il disco in cui cerca di convincere sé stesso che è così e lo fa talmente bene da mettere le basi per una nuova storia musicale. È l’album di una persona forse disillusa, sicuramente confusa e sola. Il fan e il cantante della mestissima The Lonely 1 non si dicono «You’re the only one», come in un normale rapporto d’affetto o d’amore. Dicono «You’re the lonely one» ed è un verso tanto semplice quanto impressionante per chiunque abbia anche inconsapevolmente combattuto la propria solitudine attraverso la musica.

Se Misunderstood è il punto zero dei nuovi Wilco, buona parte l’album pesca da musiche, stili e modelli non dissimili da quelli dell’esordio. Eppure suona decisamente meglio, più ispirato, più teso. Ci sono ancora riff stonesiani, echi country-rock (la pedal steel è suonata da Greg Leisz e Bob Egan). Ci sono echi di Johnny Cash (Someone Else’s Song) e The Band, nell’uso del Clavinet che faceva Garth Hudson (Kingpin). C’è Red-Eyed and Blue che con un po’ di fantasia potremmo considerare una versione aggiornata, un po’ depressa e piuttosto drogata di The Road di Danny O’Keefe/Jackson Browne. Ci sono alcuni cambi di accordi in minore semplici, ma efficaci, che danno ad alcune canzoni un tono struggente che viene evocato e subito abbandonato, come in una conversazione con un amico in cui si rivela la parte più fragile di sé per poi cambiare argomento, forse per pudore.

La ristampa di Being There è particolarmente ricca: sono 5 dischi, ovvero i due originali rimasterizzati, uno di rarità e versioni alternative e due CD dal vivo registrati al Troubadour di Los Angeles il 12 novembre 1996 con in coda quattro canzoni eseguite il giorno seguente alla radio KCRW di Santa Monica (una buona notizia: il quintuplo è venduto al prezzo di un doppio o poco più). Il terzo disco contiene inediti come il folk Dynamite my Soul, curiosità sfiziose come una prima versione di Capitol City che finirà quindici anni dopo su The Whole Love, ma la cosa più interessante è il concerto che permette di ascoltare gli Wilco durante il «Sex, drugs and rock’n’roll tour» (la definizione è di Jay Bennett).

È l’autunno del 1996, dunque, e gli Wilco non sono ancora la macchina da musica che conosciamo, ma un gruppo che si presenta al pubblico ora con rabbia, ora con una fragilità sgangherata che a tratti ha qualcosa di struggente, ma che spesso dà vita a performance ordinarie – questo in altre parole non è un grande disco dal vivo. Gli Wilco suonano non poche canzoni degli Uncle Tupelo, vedi New Madrid, The Long Cut, Gun e la cover di Give Back the Key to My Heart di Doug Sahm, mentre nella performance radiofonica offrono esecuzioni più soffici e per lo più acustiche, per poi chiudere con una cover stonatella di Will You Love Me Tomorrow di Goffin-King. La versione deluxe di A.M. è decisamente meno ricca e del resto l’album è meno importante. Contiene otto brani in più tra cui When You Find Trouble, presentata come l’ultima registrazione in studio di Tweedy con gli Uncle Tupelo, e Myrna Lee che John Stirratt ha inciso anche con i Blue Mountain nel 1997, ma più che mostrare un altro lato degli Wilco ce ne illustra i limiti.

C’è un altro momento chiave in Misunderstood. È quando, sul finale, Tweedy urla ripetutamente la parola «nothing», uno sfogo viscerale che diventerà un momenti più intensi dei concerti degli anni seguenti dove verrà ripetuto dieci, venti, persino trenta volte (nel live al Troubadour purtroppo non rende). In quel «nothing!» gridato c’è lo spirito con il quale Tweedy affrontò Being There. «La musica m’ha salvato, sono stato menomato dal rock’n’roll, son stato addomesticato dal rock’n’roll, sono stato battezzato dal rock’n’roll», canta nel finale enigmatico di Sunken Treasure, altra canzone chiave del lavoro. Sono parole improvvisate in sala d’incisione e quindi non dovremmo attribuire loro grandi significati, eppure sembrano raccontare il romanticismo tormentato che alimentava Being There, l’album con cui Jeff Tweedy pensava di dire addio alla musica e invece si metteva alle spalle solo un pezzo di vita, per costruirsi un futuro diverso e imprevedibile.

 

 

Pubblicato originariamente su Rockol

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